4 dicembre un anno dopo: è tornata la Prima Repubblica

Opinioni

Paradossalmente oggi i fautori del No parlano come se avesse vinto il Sì, fra candidati premier e programmi da sistemi presidenziale

Lo scorso anno, a Catania, a pochi giorni dal referendum costituzionale, chi scrive ha osservato un ragazzo sulla ventina camminare a passo svelto e, fissando il vuoto,  urlare “voto No, così se ne vanno tutti a casa: il sindaco Enzo Bianco, Renzi e tutti gli altri”, mentre pochi metri più avanti degli studenti di giurisprudenza distribuivano volantini contenenti una miriade di “postverità”, giusto per usare un neologismo assai in voga quest’anno, tutte volte a celebrare le ragioni del No (se ne deduce che piacevano loro lo status quo politico-istituzionale e la democrazia consociativa) e a connettere scenari apocalittici all’eventuale passaggio del Sì.

Questa fotografia, fotografia di due episodi realmente accaduti, immortala le tre peculiarità della lunga fase pre-referendaria attraversata la quale, esattamente un anno fa oggi, ci si è recati in massa alle urne: nel nervosismo di quel ventenne c’è l’elevatissima “temperatura emotiva” raggiunta in campagna elettorale, una bipolarizzazione da secondo dopoguerra; nella sua esclamazione l'”iper-personalizzazione” del referendum, che non fu – a dispetto della vulgata che va per la maggiore – un errore strategico di Renzi, ma il fisiologico andamento delle cose; nella distribuzione di quei volantini c’è la politicizzazione del referendum, cristallizzatasi, nella fattispecie, nell’immagine di tre aspiranti operatori del diritto che
subordinano le ragioni dello stesso a valutazioni di ordine squisitamente politico (non perché remassero a favore del No, e cioè non perché un giurista non poteva che essere per il Sì, ovviamente, ma perché non c’era un minimo di tecnica nei punti elencati, solo politica).

Ma il fenomeno che sovrastò il tutto, riducendo a meri “sub-fenomeni”; quelli immortalati nella fotografia sopradescritta, fu uno e uno solo, e cioè – ovviamente – l’iper-mediatizzazione del referendum, figlia della mediatizzazione della politica e, da quando i mezzi di comunicazione di massa la fanno da padrone, della quotidianità tout court.

Si era in piena referendumania (copyright by The Economist), si cercava cioè di arginare l’onda lunga populista e colmare il gap fra società civile e apparato politico-istituzionale dirottando all’istituto di democrazia diretta per eccellenza, il referendum, scelte eminentemente tecniche, per prendere le quali occorre in genere fare valutazioni in termini di costi e benefici, analisi d’impatto ecc. E invece no: nel 2016
la libertà degli antichi, per dirla con Benjamin Constant, si è presa la sua rivincita sulla libertà dei moderni (e cioè sulla democrazia rappresentativa), e quando c’è di mezzo la democrazia diretta l’emotività diventa l’unica bussola, di conseguenza la propaganda egemonizza il dibattito.

La narrazione del No fu virale, pervasiva, nevrastenica: si solleticò il complesso del tiranno, si evocarono la deriva autoritaria e perfino Weimar per esorcizzare il fantasma del “combinato disposto”, ci si focalizzò sulla conservazione del Testo approvato dai Padri Costituenti – sacralizzato come se fosse uno dei testi dei tre grandi monoteismi, perciò le maiuscole – contro le modifiche proposte da una maggioranza allora un po’ impopolare (gli appuntamenti elettorali di metà mandato tendono, da sempre e ovunque, a premiare le opposizioni), si personalizzò, si fomentò e capitalizzò una forma radicale di antirenzismo per poi razionalizzarla mediante mantra buoni per costituzionalisti da Bar sport, si cavalcò lo tsunami antiestablishment – paradossalmente – per blindare lo status quo.

Certo, nemmeno lo “storytelling del Sì” fu immune da semplificazioni,  approssimazioni, eccessi demagogici, ma assai raramente esorbitò dai confini della legittima comunicazione politica.

Ad ogni modo una questione – lo si ribadisce – eminentemente tecnica è stata compressa, strattonata e martoriata da due storytelling opposti: questa è la ragione per la quale chi scrive, prima ancora che per il Sì, era per l’approvazione della legge di revisione costituzionale da parte di ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti, così da evitare che il corpo elettorale, perlopiù non
attrezzato per giudicare una materia così tecnica, si potesse esprimere in balìa di slogan e approssimazioni.

Ma l’arco costituzionale è da molti anni a questa parte presidiato da forze politiche spesse volte irresponsabili, prive di una visione programmatica e di buonsenso istituzionale. Oltretutto – sia detto a margine – a nessuno sarebbe convenuto, in termini di immagine, eludere il referendum: Renzi, Berlusconi e altri moderati più qualche transfugo – ammesso e non concesso che si sarebbero così raggiunti i due terzi in entrambe le Camere, prospettiva più impossibile che improbabile – sarebbero stati messi all’indice dalle ali più “estreme” del Parlamento quali fautori di un’oligarchia decidente in odore di massoneria (“hanno fatto il maxi-inciucio!” avrebbero urlato Grillo, Salvini e Meloni, il primo dei quali ne avrebbe guadagnato così tanto, in termini di consenso, da ipotecare un bottino elettorale non indifferente), né un qualunque tipo di accordo avrebbe potuto raggiungersi con suddette forze populiste (il Cinque Stelle, al di là del massimalismo compromissorio che caratterizza la sua identità e lo spinge ad arroccarsi aprioristicamente e solidamente nel no a qualunque mano tesa, non avrebbe avuto motivo di parlamentarizzare una decisione
che avrebbe tranquillamente potuto dirottare al “popolo”, sarebbe stato anche questo contrario alla sua identità).

Passò il No, ennesimo trionfo della democrazia consociativa (o perfino partitocratica) su quella competitiva, delle lungaggini del bicameralismo perfetto sul  monocameralismo de facto, della fossilizzazione della Carta Costituzionale – commissione Bozzi, De Mita-Iotti, bicamerale di D’Alema ecc… Nell’ultimo trentennio tutti i tentativi hanno fatto cilecca – sulla possibilità di razionalizzare l’apparato procedurale o stabilizzare, pur blandamente, l’esecutivo.

È significativo che oggi i più tenaci alfieri del No si comportino come se fosse passato il Sì, parlando di “candidati premier” (come se con il proporzionale i candidati di vessillo abbiano la benché minima probabilità di andare a Palazzo Chigi) ed elaborando programmi che sarebbe complesso attuare perfino in un sistema bipolare e presidenziale.

È andata così: un anno fa, oggi, sarebbe potuta essere la vigilia della Terza Repubblica… E invece è stata la vigilia della restaurazione della Prima.

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