Accogliere tutti significa non ospitarli. Una riflessione

Opinioni

Il rischio sarebbe addirittura erigere nuovi “muri”

Spesso per evitare la confusione occorre distinguere concetti, parole, fenomeni, i quali, pur fra loro legati, non sono sinonimi. Talora la politica è anche l’arte del discernimento.

Poniamoci una prima domanda: quale idea di Italia abbiamo? I democratici guardano a un paese aperto, vitale, inclusivo. Non all’Italia “una d’arme, di lingua, d’altare”, dunque, bensì a una realtà plurale. Una realtà che è già nei fatti.

Chiediamoci poi: possiamo accogliere tutte e tutti? Il buon senso suggerisce di no: nulla è illimitato. In ogni ambito è necessario delimitare e, grazie a ciò, delineare un futuro sostenibile.

E a coloro che, in nome del cosmopolitismo, vagheggiano un globo senza confini, andrebbe ricordato che, sognando di essere cittadini del mondo, ci ritroveremmo un po’ tutti apolidi. Smarriti e estranei l’un l’altro.

Una distinzione preziosa e feconda è piuttosto quella fra ospitalità e accoglienza, suggerita anni addietro dal filosofo Jacques Derrida, nel libro Politiche dell’amicizia.

Ospitalità vuol dire apertura mentale, disposizione all’ascolto e al dialogo; è un atteggiamento di amicizia. Essere ospitali significa aver voglia di condividere. Non può esservi integrazione senza ospitalità.

Accoglienza è un’attitudine più passiva: si lascia che “gli altri” e “le altre” entrino nel nostro territorio nazionale. Di fatto non pochi hanno interesse a disporre di manodopera a basso prezzo relegandola nei “ghetti” e osteggiando un approccio ospitale. L’accoglienza senza regole, dunque, si traduce in condizioni di vita penose per gli immigrati.

Detto altrimenti: la pretesa di accogliere tutti comporta l’incapacità di ospitarli. Anzi: per un insieme di reazioni e di interessi di varia natura può indurre a erigere muri mentali e culturali fra “noi” e l’insieme indistinto degli “altri”.

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