Addio Parlato, grande eretico

Opinioni

Parlato è a pieno titolo nel Pantheon delle grandi personalità della travagliatissima storia della sinistra

Ha sorpreso tutti, ancora una volta, Valentino Parlato. E mancherà a tutti. Una nottataccia maledettamente complicata se lo è portato via alla bella età di 86 anni. Lui che sembrava immortale ed era il più giovane dei vecchi fondatori del manifesto, ed è a pieno titolo nel Pantheon delle grandi personalità della travagliatissima storia della sinistra, lato eretici e anticonformisti.

Nella redazione del manifesto in via Tomacelli, negli anni Ottanta, se giravi a sinistra e proseguivi in fondo a destra lo trovavi seduto davanti alla sua Olivetti 98, felicemente avvolto nel nuvolone di fumo delle sue settanta Gitanes senza filtro quotidiane, poi è passato alle Marlboro e quindi alle Pueblo («Il divieto di Sirchia? Più o meno un attentato alla libertà perché vedrete che dopo le sigarette, questi passeranno a vietare tutto il resto», ammoniva i salutisti non fumatori).

Valentino lo incontravi al bar di sotto per l’immancabile whisky con Luigi (Pintor), lo vedevi a chiacchiera con Rossana (Rossanda) o Luciana (Castellina) o Lucio (Magri), al telefono con Pietro (Ingrao), con economisti e politici delle varie versioni della nuova sinistra. La sua agenda comprendeva i sindacalisti siciliani e pugliesi impegnati nelle lotte bracciantili e gli inarrivabili banchieri come Enrico Cuccia.

La sua biografia è una straordinaria pagina con una lunga vicenda umana e politica. È nato a Tripoli, Libia, il 7 febbraio 1931 dove suo padre era funzionario del fisco e lui ha vissuto l’adolescenza atipica da comunista nell’allora Protettorato inglese. La repressione l’ha sorpreso ventenne con l’espulsione nel ’51. Cacciato perché militante iscritto al Partito comunista libico, e lui così la ricordava, ormai sorridendoci sopra, quella notte di novembre quando i poliziotti inglesi gli entrarono in casa: «Erano armati, la perquisirono e mi arrestarono. Ma non appena li vidi, prima che fossero dentro, buttai dalla finestra tutte le pubblicazioni visibilmente comuniste. Avevo paura della prigione, e quando capii che l’auto militare mi portava in direzione del porto trassi un sospiro di sollievo. Espulsione, e non  galera».

Il Corriere di Tripoli titolò: «Sei persone rimpatriate per attivismo comunista sovversivo». Il reato? Aver costruito con altri compagni («promotore soprattutto Cibelli, il notaio più prestigioso di Tripoli, nonché il capo della banda», diceva) il sindacato italo-libico che diresse uno straordinario sciopero con il blocco del porto, il primo che vide insieme italiani e libici. E il Primo maggio un imponente corteo. Quasi cinquant’anni dopo, Gheddafi lo risarcì con un invito a Tripoli. Valentino gli aveva fatto avere copia dei documenti della sua vecchia «banda» e il Rais gli concesse anche un’intervista.

Rifletteva Valentino: «Era un dittatore, aveva una cultura notevole. Non poteva immaginare che la Libia si sarebbe trasformata in un inferno». Da quella espulsione, da lì prese avvio il tutto: la militanza comunista nel Pci, il lavoro da funzionario di partito tra i giovani economisti di Giorgio Amendola, capo della destra migliorista, con lui brillante testa pensante da “amendoliano di sinistra”. Poi spedito a farsi le ossa in Sicilia alla federazione di Agrigento, e quindi il rientro a Roma e l’inizio del lavoro da redattore economico a Rinascita su richiesta di Giancarlo Pajetta.

Ma tutto precipita nella calda estate del 1969 quando la Rivista del manifesto pubblica l’editoriale cult «Praga è sola». Una riflessione a voce alta sull’isolamento dei comunisti cecoslovacchi repressi con i carri armati sovietici. Finì con la radiazione dal Pci: lui (il 24 novembre 1969 licenziato in tronco) insieme a Pintor, Rossanda, Natoli, Magri, Caprara, Castellina, accusati di «provocazione maoista» e «frazionismo». Diciassette mesi più tardi, il 28 aprile 1971, fanno nascere il manifesto, 4 pagine a 50 lire collocate alla sinistra del Pci.

La sua vita da allora coincide con quella del manifesto di cui è stato quattro volte direttore e presidente della cooperativa editrice, la sintesi in un collettivo dove l’assemblearismo arrivava allo sfinimento. A lui il giornale deve la vita (e noi tanti stipendi) e avrebbe trattato anche con il diavolo da pari a pari per garantire un futuro a un pezzo di storia dell’editoria. Tutti i prestiti sono stati restituiti fino all’ultima lira.

Anche i 60 milioni ottenuti dal Psi di Bettino Craxi durante una crisi che sembrava mortale. Dignità, etica, qualità, coraggio da leone come valori non negoziabili. Scrisse in morte di Luigi Pintor che «la ragione diventa passione». È proprio così. La ragione di chi è sempre stato fieramente e orgogliosamente un comunista dalla parte del torto ma con tante buone ragioni.

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