Sul flop M5S Beppe Grillo sembra Arnaldo Forlani

Opinioni

Dopo lo smacco di non essere arrivato al ballottaggio in nessuna delle città importanti chiamate al voto, Grillo ha dichiarato: “La crescita del Movimento è lenta, ma inesorabile”

Sei un settantenne abbastanza in forma; hai fatto un sacco di quattrini grazie al tuo estro e a un talento comico fuori dal comune; sei un pregiudicato che non può candidarsi ad alcuna carica pubblica, ma hai fondato un movimento seguito da adepti adoranti e hai conquistato il voto di milioni di italiani;  segui distrattamente da uno degli yacth sui quali trascorri le vacanze  i risultati delle elezioni amministrative e spari commenti “a cappello di prete”, come si dice al sud, ovvero totalmente sconclusionati, certo che conquisteranno l’apertura dei giornaloni. I quali, per altro, non aspettano che l’occasione per poter continuare ad omaggiarti: dite la verità, chi di voi non vorrebbe essere Beppe Grillo?

Solo che stavolta, invece di masticare una pasticca di  Maalox, il buon Beppe deve aver fumato qualcosa di veramente forte. Dopo lo smacco di non essere arrivato al ballottaggio in nessuna delle città importanti chiamate al voto, ha infatti dichiarato: “La crescita del Movimento è lenta, ma inesorabile”.  Roba che neppure Arnaldo Forlani quando era segretario della Dc e doveva commentare i disastri elettorali degli anni ’90.

I risultati dicono l’opposto, ma per la narrazione grillina, come spiega benissimo nel suo ultimo saggio Giuliani Da Empoli (“La rabbia e l’algoritmo”) i dati e i fatti non hanno alcun valore: nel circuito autoreferenziale del populismo digitale conta solo il mondo parallelo costruito sulle preferenze dei tuoi elettori e fatto apposta per confermarli e stabilizzarli. Che corrisponda o no alla realtà dei fatti è assolutamente secondario.  E ogni altra lettura è totalmente respinta,   in quanto frutto di un megacomplotto contro il Movimento portatore delle Uniche e Vere Istanze di Cambiamento.

Fuori dal delirio di Beppe Forlani la lettura di quanto avvenuto è abbastanza semplice: laddove si vota per scegliere il governo di più immediata prossimità, ovvero più a contatto con i problemi dei cittadini, una volta esaurita la voglia di scaricare la rabbia (come avvenuto lo scorso anno a Roma e Torino), i cittadini tendono a scegliere classi dirigenti più competenti e affidabili, a destra come a sinistra, anche sulla base delle disastrose performance delle giunte grilline, in particolare a Roma, ma anche a Torino e ovunque altro.

Chiunque abbia un parente o un amico che vive in una città amministrata dagli adepti grillini avrà certamente ricevuto racconti terrificanti sull’incompetenza dei loro sindaci e ne avrà tratto la ferrea convinzione che sarebbe stato meglio non prestarsi a fare da cavia.

Dunque, la prima lezione del voto è la sonora bocciatura della schiera di persone senza professione e priva di competenze che costituisce il nerbo della classe dirigente del M5S,  che ha l’idealtipo in Luigi Di Maio, di professione Steward allo stadio San Paolo di Napoli, detto Giggino La Mail e candidato premier in pectore del M5S.

Una classe dirigente fatta di incompetenti e persone senza qualità è funzionale a un movimento che deve muoversi obbedendo senza discussioni agli ordini del Capo. Salvo scatenare livorose lotte di potere senza esclusione di colpi (come è avvenuto a Roma, a Parma, a Palermo, solo per fare alcuni esempi) che servono a stabilire chi è destinato a interpretare il volere del Capo. È ovvio che, quando c’è una stecca, i fischi del pubblico non si rivolgono all’autore che resta dietro le quinte bensì all’interprete. Esattamente come sta accadendo in queste ore: tempi duri per Giggino La Mail, cui si imputa il pasticcio sulla legge elettorale e la debacle alle amministrative della quale deve rispondere in prima persona in quanto responsabile enti locali del M5S.

Attenzione, però, a non dare per scontato il declino del M5S a livello di potenziale elettorale: il fatto di non essere ritenuti in grado di governare ne frena indubbiamente le ambizioni ma non scalfisce lo zoccolo duro di un consenso costruito nel circuito della rabbia. Centrodestra e centrosinistra, però, devono imparare che possono tornare al centro del campo man mano che si sgonfia la bolla della rabbia solo a patto di comprendere le lezioni che il voto fornisce anche a loro. Al centrodestra dice che può diventare competitivo se torna unito ma al tempo stesso segnala una difficoltà: se a livello amministrativo possono essere conciliate le posizioni di Lega e Forza Italia,  è molto più complicato che ciò possa accadere a livello politico nazionale.

Al centrosinistra dice due cose molto chiare: che il centrosinistra non esiste al di fuori di un rapporto con il Pd, con buona pace di coloro che vorrebbero dare le carte pur essendo forze minoritarie e che pensano che si possa fare a meno del Pd guidato da Renzi;  a Renzi il risultato manda a dire che i numeri non sono tutto, che aprirsi all’ispirazione civica e dunque a personalità e movimenti esterni al partito può essere una risorsa straordinaria. Non presentare il proprio simbolo, come a Palermo,  per sostenere uno schieramento civico guidato dal vecchio leone Leoluca Orlando, non vuol dire affatto abdicare al ruolo del partito. Al contrario, vuol dire capire che la riforma della politica passa anche per lo smantellamento dei recinti dei capibastone, aprendo porte e finestre al civismo e ripartendo dalle buone performance dei sindaci dem.

 

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