Anatomia di uno statuto nordcoreano

Opinioni

Parola per parola l’analisi critica di un testo illiberale

Nasce il Partito, e viene formalizzato che tutto il potere è concentrato nelle mani di Kim Bum e, soprattutto, di Kim Bum Bum.
È uno statuto, la stagione del Non-Statuto è finita. Il movimento si è fatto partito (c’è un precedente, lo cito per dovere di cronaca, nella storia d’Italia; avvenne quando, nel novembre 1921, il movimento dei Fasci Italiani di Combattimento si trasformò in Partito Nazionale Fascista, non senza grane per Mussolini).

Vediamo le travi portanti dell’architettura casaleggese:
Art. 3 – L’iscrizione al partito è gratuita (il che favorisce i maneggi, ma non dal basso, vedremo perché, soltanto dall’alto).
Art. 4 – Tratta della “democrazia diretta e partecipata”. Tutte le decisioni più importanti sono delegate agli iscritti: l’elezione del Garante, del Capo Politico, del Comitato di Garanzia, dei Probiviri, dei candidati alle elezioni, del programma politico. Democrazia diretta, sì, ma solo in apparenza. In realtà, come ora vedremo, gli iscritti non decidono un bel nulla, possono soltanto ratificare.

Infatti il Garante e il Capo Politico si riservano il diritto di rimettere in discussione il voto: “Entro 5 (cinque) giorni, decorrenti dal giorno della pubblicazione dei risultati sul sito dell’Associazione, il Garante o il Capo Politico possono chiedere la ripetizione della consultazione, che in tal caso s’intenderà confermata solo qualora abbia partecipato alla votazione almeno la maggioranza assoluta degli iscritti ammessi al voto”.

Per il voto basta la maggioranza dei votanti, per la controprova è necessaria la maggioranza assoluta degli aventi diritto al voto. Obiettivo irraggiungibile in un partito in cui l’iscrizione è gratuita e deve per giunta passare al filtro del CdG e del Garante.

Alle elezioni che hanno sancito la candidatura “ a premier” di Luigi Di Maio gli aventi diritto al voto erano circa 140.000 e hanno votato in 37.000. Se anche il numero restasse invariato dovrebbero votare contro il veto del Garante, per impedirlo, almeno 70.000 iscritti.

L’art. 6 tratta dell’Assemblea degli iscritti, che si riunisce ogni anno in un luogo fisico e/o per via telematica. È l’equivalente di ciò che i partiti tradizionali chiamano Congresso. È il luogo della sovranità dei “cittadini’ iscritti. In apparenza. In realtà non ha nessun potere di decisione.

Infatti ad essa spetta “approvare i documenti politici proposti dal Capo Politico ovvero da almeno un terzo degli iscritti, ferme le competenze e responsabilità del Capo Politico nella determinazione ed attuazione dell’indirizzo politico del MoVimento 5 Stelle; – eleggere il Tesoriere, su proposta del Garante; – su iniziativa del Garante o di almeno un terzo degli iscritti, approvare le proposte di indirizzi vincolanti per l’adozione e/o modifica dei regolamenti di competenza del Comitato di Garanzia”.

Capito? I documenti politici vengono proposti dal Capo politico, e, di fatto, solo da lui. Ma l’Assemblea ha il potere di presentare un altro documento, no? Certo. Basta che sia sottoscritto da 50.000 persone. Una presa di giro megagalattica. Ma cosa gli vuoi dire a questi grotteschi rivoluzionisti che si ispirano, immagino, alla Costituzione Nord Coreana? Il Capo Politico, Luigi Di Maio Kim Bum, e il Garante, Beppe Grillo Kim Bum Bum non lasciano nemmeno uno spiraglio, uno spiffero, agli iscritti (tantomeno una corrente, come vedremo nella seconda parte di questa analisi).

Per l’elezione di una figura decisiva come Il Tesoriere, si applica un meccanismo ancora più rigido (si fa per dire): la proposta è fatta dal Garante, Kim Bum Bum, e non è neppure presa in considerazione la possibilità, come avete letto sopra, che venga rigettata.

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Eravamo rimasti ai poteri dell’Assemblea degli iscritti, cioè il Congresso annuale del M5S, e abbiamo visto che tutti i poteri, tutti, sono nelle mani del Capo Politico e del Garante. Ora vediamo come si svolge l’Assemblea, che è presieduta dal Capo Politico, il quale “determina le modalità di svolgimento e votazione dell’assemblea”.

Ed è sempre Kim Bum (lui, il Capo Politico) che ne trae le conclusioni:
“Il Presidente dell’Assemblea, tenuto eventualmente conto delle eventuali osservazioni e/o considerazioni e/o opinioni ricevute, predispone una proposta di delibera da sottoporre alla votazione dall’Assemblea”.
Si noti l’iterazione: “tenuto eventualmente conto delle eventuali osservazioni…”.
Annamo bene.

E se a qualcuno saltasse in mente di proporre modifiche a questo statuto ritenendolo un tantino rigido? Semplice. Prima dovrà raccogliere le firme di un terzo degli iscritti, intorno alle 50.000, poi le modifiche verranno votare ed eventualmente approvate.

Naturalmente, in questo caso, il Garante potrà mettere il veto:
“Entro 5 giorni, decorrenti dal giorno della pubblicazione dei risultati sul sito dell’Associazione, il Garante può chiedere la ripetizione della votazione che, in tal caso, s’intenderà confermata qualora abbiano partecipato alla votazione almeno la metà più uno degli iscritti”.
Basterà, per vedersi approvata la modifica, convincere a votare poco più di 70.000 iscritti e conquistarne la maggioranza. Tuttavia, maggior tutela di tutti, come spiega l’art.8, “al Garante è attribuito il potere di interpretazione autentica, non sindacabile, delle norme del presente Statuto”.
Me-ra-vi-glio-so.

Il Capo Politico viene però eletto dall’Assemblea, questo va riconosciuto. Ma qui lo Statuto, così puntiglioso in tutti i suoi passaggi, si fa più vago. Spiega infatti che: “Il Capo Politico è eletto mediante consultazione in Rete secondo le procedure approvate dal Comitato di Garanzia, e resta in carica per 5 anni. E’ rieleggibile per non più di due mandati consecutivi”.

Quali procedure? Non si sa, le deciderà il CdG.
Per giunta può essere revocato sia dal CdG che da Garante. Decisione che che dovrà essere ratificata dagli iscritti. Come? A differenza di tutti gli altri casi di votazione non si danno i numeri. La proposta infatti dovrà essere: “ratificata da una consultazione in Rete degli iscritti, in conformità a quanto previsto dal presente Statuto”.
Come abbiamo già visto spetta al Garante l’interpretazione insindacabile dello Statuto, e quindi possiamo stare tutti tranquilli. Tutti tranne uno.

Vita lunga al Garante! Per quanto tempo resta infatti in carica il Garante? A vita. A meno che non sia sfiduciato dal Comitato di Garanzia. In questo caso basterà che vada al voto la metà degli iscritti (quindi, oggi, solo 70.000) e sarà sufficiente per sradicarlo dalla carica la maggioranza assoluta. Guai però al Comitato di Garanzia se perde la partita perché in tal caso decadrà immediatamente.

Ma chi elegge il Comitato di Garanzia? L’Assemblea naturalmente, siamo o non siamo nel paradiso della democrazia diretta? L’Assemblea potrà addirittura sceglierne 3, sui 6 proposti dal Garante. Dal Garante e solo da lui, cui però è affidato il compito di “tutela delle minoranze e della rappresentatività di genere” nell’ambito dei 6.

Poteva mancare il il Collegio dei Probiviri? Naturalmente c’è, formato da 3 persone. Da chi è eletto? Dall’Assemblea. Chi può proporne i candidati? Il Garante. Ma stavolta, sorpresa, può proporne non 6 bensì 5. Perché? Sarà una cautela numerologica, non sappiamo.

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Nelle due parti precedenti abbiamo visto che l”assemblea degli iscritti non ha alcun potere decisionale ed è fittiziamente chiamata a riunirsi soltanto per ratificare le decisioni del Capo Politico e del Garante. Abbiamo visto anche che il Capo Politico può essere revocato dal Garante e vive la sua esistenza di capo molto precariamente, sottoposto al controllo ferreo del Comitato di Garanzia scelto dal Garante stesso. Questi invece, eletto a vita, ha poteri decisionali o di veto su tutto, e non può essere revocato se non in una situazione assolutamente eccezionale, paragonabile alla defenestrazione di Mussolini il 25 luglio del 1943, nel bel mezzo di una guerra rovinosa.

Vediamo ora come si svolge la vita politica degli iscritti e dei “portavoce’ ossia degli eletti. Dovrebbero riesumare un vecchio slogan: “Noi dormiamo con la testa sullo zaino”.

L’articolo più lungo dello Statuto è infatti l’art. 11 intitolato non a caso “Procedimento per l’irrogazione di sanzioni disciplinari”. Le violazioni che possono portare a “richiamo, sospensione o espulsione” sono molteplici e vaghe, per cui la vita quotidiana dell’iscritto grillino si svolge in una spiacevole situazione di stress.

È particolarmente rilevante, sotto il profilo politico, questo capo d’imputazione: “Promozione, organizzazione o partecipazione a cordate o gruppi riservati di iscritti”. Vietati gli assembramenti, in altre parole. Non è invece specificato a che ore scatta il coprifuoco.
Nello Statuto si parla anche di “sospensione cautelare” – che inibisce la candidatura alle elezioni anche prima che il puntiglioso procedimento d’accusa venga concluso – e di “particolari circostanze attenuanti” che possono ridurre la pena che dovrebbe essere inflitta. Un testo, come si vede, che risente del lessico inquisitorio proprio di quella parte della magistratura che guarda al #M5S in vista della catarsi politica.

Non basta. Fra le infrazioni di cui si possono macchiare gli iscritti candidati o eletti si prevedono “mancanze che abbiano provocato o rischiato di provocare una lesione all’immagine od una perdita di consensi per il MoVimento 5 Stelle, od ostacolato la sua azione politica”.
Mancanze, c’è scritto proprio così.

Non poteva mancare la censura da grottesco processo staliniano: severamente punito è “il rilascio di dichiarazioni pubbliche relative al procedimento disciplinare medesimo”.

Quanto ai parlamentari l’espulsione è possibile per “violazioni dello Statuto e del Codice Etico ancorché non sfociate in un procedimento disciplinare a norma di Statuto”.
Ancorché.

Oppure per “comportamenti suscettibili di pregiudicare l’immagine o l’azione politica del MoVimento 5 Stelle o di avvantaggiare altri partiti”.
Suscettibili di.

Infine ci sono le coserelle che piacciono tanto ai giornali, tipo il controllo meticoloso sugli emolumenti dei parlamentari e il loro drastico ridimensionamento, l’obbligo di non utilizzare il titolo di onorevole (giusto, ma va via anche quello di deputato o senatore, che fa troppo democrazia rappresentativa), sostituito da “cittadina” o “cittadino”.

Infine le multe: l’eletto oggetto di una espulsione dovrà versare al movimento (destinazione un ente benefico deciso dal garante) la metà degli emolumenti annuali. Sono multe impossibili da riscuotere, visto che i parlamentari ricevono gli emolumenti direttamente dalle Camere di appartenenza, ma servono per ricordare a tutti gli eletti che che non rispondono alla Costituzione e all’art. 67 che vieta il vincolo di mandato in quanto rappresentanti della Nazione. No, loro rispondono del loro operato soltanto a Kim Bum Bum e al suo catenaccio magico.

Ho cominciato a chiamare il movimento di Grillo #fascismobuffo nel novembre del 2012, quando Dario Fo, autore del Mistero Buffo, annunciò il suo voto per il #M5S. Il nuovo Statuto dà forma a quella definizione. In attesa, nelle aspettative di Grillo e del Clan dei Casaleggesi, di poterlo trasferire nella nuova Costituzione della Repubblica Italiana.

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