Anoressia e bulimia, le ‘malattie sociali’ che possiamo sconfiggere

Opinioni

Un fenomeno che si manifesta sempre più spesso tra i giovanissimi di età compresa fra i dodici e i venticinque anni

L’ADI (Associazione Italiana di Dietetica e Nutrizione Clinica) ha dichiarato l’anno scorso che nel nostro Paese sono 3 milioni i giovani che soffrono di disturbi del comportamento alimentare, di cui oltre il 90% sono donne. Il numero di decessi in un anno per anoressia nervosa si aggirano tra il 5,86 e 6,2%, tra 1,57 e 1,93% per bulimia nervosa.

Secondo la Federazione italiana medici pediatri l’anoressia nervosa si manifesta, in genere, nella fascia di età compresa tra i dodici e i venticinque anni, con due picchi di maggiore frequenza tra i quattordici e i diciotto anni, ma negli ultimi dieci anni si è assistito, tuttavia, ad un numero sempre maggiore di casi con soggetti sempre di età inferiore, fin sotto i dieci anni, e ad una incidenza sempre maggiore di questa patologia negli individui di sesso maschile.

E i casi continuano ad aumentare, anche a causa della incessante promozione di ideali di bellezza impossibili ed irraggiungibili e da un uso “malato” del web che vede proliferare siti e blog “pro-ana” e “pro-mia” (pro anoressia e pro bulimia) e spopolare l’hashtag #thinspo (la versione abbreviata di “thinspiration”, ispirazione alla magrezza tramite immagini).

Anoressia e bulimia, occorre prenderne atto, sono vere e proprie “malattie sociali” che vengono veicolate anche tramite la rete. Una nuova forma di odio in rete, quello verso se stessi, che va fermato, partendo dalla cultura.

Il 24 maggio 2014 la senatrice PD e oggi ministra Valeria Fedeli ha presentato l’interrogazione S3-00990 in cui si evidenziava che: “In un periodo in cui sempre più diffusamente si riscontrano disturbi legati all’alimentazione quali l’anoressia, la bulimia e l’obesità, è necessario che la scuola pubblica ponga la massima attenzione in merito a tutto ciò che concerne l’esperienza alimentare dal punto di vista educativo, e non solo nutrizionale”.

Il 12 maggio 2015 è stata approvata alla Camera la mozione C1-00839 della deputata PD Simona Flavia Malpezzi che impegnava l’Esecutivo a potenziare tutte le strategie pedagogiche possibili per prevenire i disturbi del comportamento alimentare, a partire dalla soggettività corporea. La gravità del fenomeno, però, rende necessarie misure dure che tocchino anche la normativa penale. In questi giorni è in discussione in commissione sanità del Senato, presieduta da Emilia Grazia De Biasi, il ddl Rizzotti che introduce il reato di “Istigazione a pratiche alimentari idonee a provocare l’anoressia e la bulimia”.

Il testo, riprendendo il pdl già presentato alla Camera da Michela Marzano, vede un consenso bipartisan e non si limita alla repressione penale (“fino ad un anno” o “fino a due anni” in caso di vittima minore di anni 14 o incapace di intendere e di volere) di chi con qualsiasi mezzo, anche tramite il web, determina o rafforza l’altrui proposito di ricorrere a pratiche alimentari come anoressia e bulimia, ma prevede un piano nazionale di intervento e di diagnosi precoce di queste “nuove” malattie sociali.

Difatti, è prevista una modifica del decreto del Ministro della Sanità del 20 dicembre 1961, che porterà a considerare anoressia e bulimia al pari dei tumori, delle malattie reumatiche, le malattie cardiovascolari, le tossicosi da stupefacenti.

Una pregevole iniziativa legislativa che, però, dimentica un altro fondamentale ambito dal quale si ergono spesso rappresentazioni della figura femminile (e maschile) irreali e non sane: il mondo della moda.

Risale, ormai, a dieci anni fa la campagna “No Anoressia” estremamente provocatoria di Oliviero Toscani che tappezzò le città italiane, durante la settimana della moda di Milano, con le foto senza veli scattate ad Isabelle Caro, modella anoressica di 31kg, morta pochi anni dopo. Nel maggio di quest’anno in Francia è entrata in vigore la legge definita “loi mannequin”, promossa dal governo socialista del presidente Francois Hollande nell’ambito della lotta all’anoressia.

Un provvedimento contenente l’obbligo, ogni due anni, per le modelle che vogliano accedere alle passerelle o posare per servizi fotografici, di presentare un certificato rilasciato dal medico del lavoro dopo la visita generica e preventiva o gli esami medici di routine previsti dal codice del lavoro. Il certificato deve attestare “lo stato generale di salute della persona, valutato in particolare rispetto al suo indice di massa corporea, che le permetta di esercitare l’attività di modella”. E’ previsto, inoltre, l’obbligo di specificare sui messaggi pubblicitari se una fotografia è stata “ritoccata” per migliorare o arrotondare le curve della modella ripresa.

Un approccio pedagogico alle nuove generazioni, parzialmente ripreso in Italia dal testo di legge a firma della deputata pentastellata Cancelleri che, volendo far permanere questa ottica bipartisan di responsabilità nei confronti dei nostri giovani e giovanissimi, potrebbe trovare spazio, nei suoi principi ispiratori, in eventuali modifiche alla legge Rizzotti, già in discussione.

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