Antonio Gramsci che ci parla ancora

Politica

Le forze che vogliono conservare i rapporti di forza a loro favorevoli non hanno sempre il volto arcigno della società tradizionale e dell’autoritarismo, ma possono assumere ideologie di cambiamento e modernizzazione

Se in chiusura di questo 2017 ricordiamo ancora il sacrificio di Antonio Gramsci, avvenuto ottant’anni fa, non è solo per il dovuto omaggio a uno dei più lucidi martiri della libertà e dell’antifascismo. Deputato, fu arrestato in violazione dell’immunità parlamentare e condannato come oppositore politico con leggi speciali estranee allo stato di diritto. Malato, si spense dopo undici anni di detenzione, compiuta prima in carcere e poi in strutture sanitarie che non lo curarono mai adeguatamente. Si oppose al fascismo con intelligenza e razionalità, contrapponendo alla retorica roboante ed eroica dei suoi tempi, scritti asciutti e sorretti da una straordinaria ricchezza di pensiero.

Gramsci è innanzi tutto un classico del pensiero politico che è letto in tutto il mondo contemporaneo come esponente di una grande tradizione nazionale. Il suo nome è accompagnato spesso da quelli con cui volentieri dialogava nel chiuso del carcere: Dante Alighieri e Nicolò Machiavelli, Giambattista Vico e Benedetto Croce. Come loro, si impegnò a fondo nella lotta politica e fu sconfitto; come loro, ha compiuto riflessioni che vanno oltre lo scenario contingente in cui si è svolta la sua attività. Ciò per cui egli ha combattuto non esiste più nel tempo che oggi viviamo: la rivoluzione comunista, l’Unione sovietica, il partito politico da lui fondato. Ma il suo pensiero, formatosi in quella esperienza storica, riesce ancora a parlarci.

Gramsci è infatti un pensatore della politica e della democrazia moderna: la sua originalità è nel sapere congiungere i rapporti di forza che regolano la politica attuale, e che si fondano sulle disparità economiche, con i fattori culturali e ideali che entrano in gioco nella lotta. Egli è quindi il pensatore che lascia la porta aperta, nel mondo contemporaneo, ai gruppi sociali svantaggiati, i quali nel suo pensiero non sono condannati a una posizione marginale per la loro subalternità economica, ma possono unirsi grazie a nuove idee con cui entrare nel gioco della storia. Diversamente dai teorici della democrazia fondata sulla piccola proprietà, come Rousseau o Tocqueville, sa bene che l’uguaglianza dei proprietari è una condizione fragile nel mondo contemporaneo: egli vede nel capitalismo moderno una forza che è in grado di rigenerarsi continuamente, di uscire dalle crisi che sono il suo modo di essere, e di abbattere i vincoli e i piccoli patrimoni familiari.

Per questo, le forze che vogliono conservare i rapporti di forza a loro favorevoli non hanno sempre il volto arcigno della società tradizionale e dell’autoritarismo, ma possono assumere ideologie di cambiamento e modernizzazione. Pertanto la parte conservatrice va sfidata per mezzo di una grande unità di forze che si uniscono con l’obiettivo di cambiamento e di uno sviluppo più grande e più giusto. E la sfida si gioca, alla fine, con la legge dei numeri: “Le idee e le opinioni non “nascono” spontaneamente nel cervello di ogni singolo: hanno avuto un centro di irradiazione e di diffusione, un gruppo di uomini o anche un uomo singolo che le ha elaborate e le ha presentate nella forma politica di attualità. La numerazione dei “voti” è la manifestazione terminale di un lungo processo in cui l’influsso massimo appartiene proprio a quelli che “dedicano allo Stato e alla Nazione le loro migliori forze” (quando lo sono). Se questi presunti ottimati, nonostante le forze materiali sterminate che possiedono, non hanno il consenso delle maggioranze, saranno da giudicare inetti e non rappresentanti gl’interessi “nazionali”, che non possono non essere prevalenti nell’indurre le volontà in un senso piuttosto che in un altro”.

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