Approviamo subito lo Ius Soli: è una sfida alla portata del Pd

Opinioni

Il rischio più grande è quello di apparire immobili ed esitanti, ovvero il contrario di ciò che siamo sempre stati

Ci sono dei momenti in cui serve coraggio e non bisogna avere paura del vento contrario: è lì che si misura la differenza tra una forza politica di governo e il resto del mondo. Il Partito democratico che io conosco – e per il quale mi sono battuto, fin dalla nascita – ha dato prova di questo coraggio più di una volta, anche quando sarebbe stato facile accarezzare la pancia di un’opinione pubblica spesso istintiva ed emotiva. Cito solo un’occasione, perché è l’ultima: la legge elettorale che stiamo votando in questi giorni in Parlamento e che, per quanto frutto di un difficile compromesso, riteniamo un passo in avanti nel segno della rappresentanza e della governabilità.

Mi piacerebbe vedere lo stesso coraggio anche su un tema che con le elezioni non ha nulla a che fare, perché riguarda bambini e ragazzi che non potranno votare prima dei 18 anni.

La riforma della cittadinanza – basta chiedere al mondo della scuola, agli insegnanti e agli stessi studenti – è un atto dovuto e, purtroppo, tardivo. Così come lo era la legge sulle unioni civili, che infatti abbiamo approvato in questa legislatura sfidando le pance più conservatrici dell’opinione pubblica, del Parlamento e della stessa maggioranza: lì fu decisiva la determinazione del governo, che non ebbe paura di porre la questione di fiducia per portare a casa un provvedimento atteso da tempo. C’erano in ballo vite, storie personali, sogni, progetti, e tutto questo – per chi fa politica con un pensiero lungo – viene molto prima degli equilibri di maggioranza, tra l’altro sempre mutevoli a seconda dei momenti.

Ecco, io non ho mai perso quel coraggio e vorrei che il mio partito ne desse ancora prova. Vorrei che in questo finale di legislatura – lungo o corto che sia, non importa: il tempo è più che sufficiente – tentassimo ogni strada possibile, compresa quella più rischiosa, per dare all’Italia una legge che finalmente renda giustizia al concetto di cittadino. Non provarci ora, alla vigilia di un appuntamento elettorale che si annuncia incerto, non significa rimandare la decisione di qualche mese, ma rischiare di perdere un treno troppo importante e tradire le aspettative di quel milione di ragazzi che, seppure nati o cresciuti qui, sono italiani davanti allo specchio ma non davanti a un ufficiale dell’anagrafe.

Nella Commissione che presiedo alla Camera dei deputati – la Trasporti, Poste e Telecomunicazioni – si toccano con mano i cambiamenti. Solo in queste settimane, per dare un’idea, stiamo discutendo di una disciplina del car sharing, un tema che fino a qualche tempo fa sembrava fantascienza; così anche il digitale, e la stessa introduzione di modifiche al codice della strada tenendo conto dei progressi dell’elettronica e dei suoi rischi. Tutti temi che la quotidianità ci ha imposto, perché di solito la società cambia senza chiedere il permesso alla politica; e di fronte al bivio fondamentale, quello tra subire i cambiamenti e governarli, non bisogna avere dubbi.

Così è anche per la riforma della cittadinanza, che ridefinisce il perimetro di una Nazione. È strano che proprio coloro che storicamente puntano sul concetto di Patria e di appartenenza – le destre vecchie e quelle nuove – non abbiano a cuore un tema del genere, così importante per noi, e non ne capiscano la portata storica. Hanno anzi tentato di boicottarlo in ogni modo, mettendogli da subito un’etichetta sbagliata (quella di ius soli, mentre invece il provvedimento al voto del Senato è molto più temperato e prevede una sorta di ius culturae) per spaventare i meno informati e agitare il fantasma dell’invasione. Non si sono opposti nemmeno gli autoproclamati portavoce dei cittadini, perché la tentazione di mettere in difficoltà la maggioranza è stata più forte del desiderio di cambiare il Paese.

Restiamo dunque solo noi, e con noi gli uomini di buona volontà che pure in Parlamento non mancano: alle loro coscienze dobbiamo appellarci, mettendo da parte le legittime divisioni di partito e spiegando che una legge del genere sarebbe una vittoria di tutti. Noi siamo quelli che rischiano di più, è vero. Ma il rischio più grande è quello di apparire immobili ed esitanti, ovvero il contrario di ciò che siamo sempre stati, paradossalmente proprio di fronte a una delle leggi a cui teniamo di più.

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