Catalogna, l’avventurismo di una minoranza

Spagna

Non si possono giudicare le vicende di un Paese isolando uno o più fotogrammi

Non si possono giudicare le vicende di un Paese isolando uno o più fotogrammi dall’insieme di una storia: parte dei nostri media e social hanno immortalato persone che volevano votare e forze dell’ordine che volevano impedirlo. A prima vista sembra tutto chiaro. Come non simpatizzare per le schede anziché per le pallottole, per i ballots anziché i bullets?

Raccontare però le cose in questo modo, con un afflato romantico che tradisce spesso la frustrazione per chi da giovane voleva magari essere protagonista di una rivoluzione democratica e che non ne ha avuto la fortuna, non è molto sensato. Anche perché tutta questa gente che voleva votare non era l’intero popolo catalano ma solo una sua minoranza. Alla fine le strutture legate al Governo (quindi non neutrali rispetto all’esito) hanno dovuto ammettere che avrebbe votato poco più del 40% degli aventi diritto, peraltro quando i media hanno dimostrato che si poteva tranquillamente votare più volte. Alla fine, contando anche una dose di doppi e tripli voti, stiamo parlando sì e no di un catalano su tre favorevole al referendum indipendentista. Se questo basta a parlare di popolo decidete voi: evidentemente alcuni romantici corrispondenti dei media da Barcellona hanno parametri matematici originali.

Ripassiamo allora le puntate precedenti.
Prima. La Spagna ha una Costituzione democratica, approvata con consenso popolare e libere elezioni. È del 1978. Non ci fu una rivoluzione, ma una transizione contrattata dal precedente regime autoritario a quello democratico che ebbe l’adesione massiccia dei catalani oltre che degli spagnoli. Questo non vale a ridiscuterla. Fu un esempio anche per alcune nuove democrazie dell’Est, a partire da quella polacca. Se accettiamo un certo revisionismo storico da “rivoluzione mancata” partiamo magari da Podemos spagnolo ma dobbiamo allora arrivare anche al Pis dei gemelli polacchi e ricordarci forse anche di quel filo di sangue che va in Italia dal mito della Rivoluzione tradita con la Costituzione del 1948 al terrorismo di sinistra.

Seconda. Quella Costituzione è anche una cornice per forti autonomie territoriali e prevede regole con cui modificare sia se stessa sia gli Statuti di Autonomia, facendo valere il peso delle maggioranze ma anche i limiti a favore delle minoranze. Perché non c’è democrazia senza urne aperte, ma con le sole urne aperte senza garanzie prima, durante e dopo, la democrazia può uccidere la libertà. Anche Franco organizzava referendum…

Terza. Il Governo in carica a Madrid è certo espresso da un partito post-franchista (ma nell’Est europeo alcuni governi sono di partiti post-comunisti), quel partito conserva una mentalità centralista non favorevole all’espansione delle autonomie e peraltro è anche una forza che si è rivelata permeabile alla corruzione. Tutto vero, ma questo va contestato sul piano politico e giudiziario, non su quello della legittimità, facendo proposte più convincenti per gli elettori. Peraltro è al Governo con una scarsa maggioranza relativa dopo un’inutile legislatura in cui sarebbe stato possibile un Governo di centro-sinistra guidato dai socialisti a cui Podemos e i regionalisti catalani non vollero dare il consenso.

Quarta. La corruzione sta anche in Catalogna. Il partito regionalista moderato Convergencia (in origine federato con la democristiana Uniò, con cui ha rotto sul secessionismo) che aveva sempre trattato sia col Psoe sia col Pp ha avuto un leaders storico. Pujol, che è sotto inchiesta per aver accumulato un’illecita ricchezza privata con l’attività politica, di cui risultano prove pesanti. A partire da tale vicenda quel partito si è radicalizzato quasi a voler segnare un nuovo inizio. Tutto legittimo: si può diventare secessionisti e anche essere repubblicani, però ci si batte per le idee nelle forme legali, altrimenti non si può chiedere alle istituzioni democratiche di restare passive. Il fine, anche se fosse buono, andrebbe perseguito con mezzi legali. Se esci dalla legalità devi sapere cosa ti aspetta. La reazione di chi detiene il monopolio legittimo dell’uso della forza deve essere proporzionata e su questo si può certo discutere nel caso concreto, sulle modalità effettive, ma non sul diritto-dovere in sé di difendere la legalità costituzionale.

Quinta. Con gravi forzature procedurali e con una maggioranza ristretta (molto inferiore non solo a quella per cambiare la Costituzione, ma anche il solo Statuto) si approvano due leggi. Con la prima si danno tutti i poteri costituenti a un referendum senza alcun quorum: basterebbe in astratto il voto di un solo catalano a determinarne l’esito. Domanda legittima: ma non si potrebbe far finta di nulla, considerandolo solo un’atipica forma di manifestazione? La risposta, purtroppo negativa, sta nella legge: articolo 4.4. La vittoria del Sì comporta entro 48 ore dalla proclamazione dei risultati una dichiarazione unilaterale di indipendenza da parte del Parlamento regionale e l’avvio delle nuove istituzioni repubblicane previste dalla seconda legge, la Costituzione provvisoria. A quel punto esploderebbe del tutto il conflitto tra due legittimità opposte. La Catalogna si rifiuterà di pagare le tasse, di obbedire alle leggi spagnole successive e a quelle pre-esistenti incompatibili con la propria Costituzione provvisoria, di riconoscere i tribunali spagnoli e la Corte costituzionale, pretenderà lei di avere il monopolio legittimo dell’uso della forza. Dalla proclamazione di indipendenza scatta in automatico, secondo le due leggi approvate, una catena di conseguenze che gli apprendisti stregoni dell’indipendentismo non riusciranno a fermare.

Va benissimo indicare la strada del dialogo, delle concessioni, di una maggiore apertura alle istanze territoriali differenziate, però, forse, ci vorrebbe anche un po’ d’intransigenza sulla legalità costituzionale e sull’impossibilità di restare nell’Ue qualora la secessione dovesse avere successo contro una democrazia costituzionale. L’intransigenza di questa natura è senz’altro meno romantica rispetto all’identificarsi con presunte vittime innocenti impedite nell’esercizio del diritto di voto, ma è un dovere europeo.

L’Unione non può rinnovarsi solo con nuove istituzioni, ma anche e soprattutto con la coerenza, specie quando non è così immediata la spiegazione dei torti e delle ragioni. Perché la ragione sta comunque sul lato della Costituzione, anche quando lì vi sono dei torti politici. E il torto sta dal lato di chi vuole romperla, anche se ha delle ragioni politiche. Detto in altri termini non si può essere equidistanti. Contro Rajoy è giusto e doveroso esprimere critiche politiche e battersi per un nuovo Governo di diversa base politica e programmatica, ma gli indipendentisti sono proprio fuori dalla legalità costituzionale e ci stanno portando così a un aggravamento della situazione di cui il referendum illegale era solo la prima tappa. Rispetto a questo avventurismo la distanza deve essere massima e senza ambiguità, oltre che senza romanticismi infondati.

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