Baby gang a Napoli, l’intervento sulla sicurezza non basta

Opinioni

Bene la visita di Minniti a Napoli, ma da domani vengano anche il ministro dell’Istruzione, dell’Economia e dello Sviluppo economico

È una buona notizia che il ministro dell’Interno sia oggi a Napoli, per provare ad affrontare il problema delle baby gang e della recrudescenza di episodi violenti ad opera di ragazzi giovanissimi, che a partire dalla terribile aggressione ad Arturo, continuano a moltiplicarsi a Napoli e nell’hinterland.

Ma di fronte a quello che accade, anche Minniti sa bene che la sua presenza, da sola, rischia di non essere sufficiente. La repressione, seppur importante, non è sufficiente e questo lo dicono pure le forze dell’ordine; e poi questi ragazzi, i muschilli, spesso non sono neanche imputabili.

Quello che mi aspetterei, a partire da domani, è la visita a Napoli del ministro dell’Istruzione, quello dell’Economia e dello Sviluppo economico.

I numeri sui minori a Napoli e in Campania

Per capire meglio il fenomeno che sta interessando il capoluogo partenopeo, e perché la repressione, da sola, non basta, partiamo dai dati.
In Campania nascono circa 53.000 bambini all’anno, e il 34,5% di questi nasce da madri con un numero di anni di istruzione inferiore, o uguale, a 8. Ciò significa che sono madri che hanno a stento completato la scuola dell’obbligo. Il 62,8% delle madri e il 17,4% dei padri campani, poi, non ha un lavoro.

Ancora, il 7,2% dei bambini nasce da almeno un genitore straniero, che nel 75% dei casi proviene da paesi ad alta pressione migratoria. Questi gruppi sono a maggiore rischio per ritardo nell’inizio delle visite in gravidanza e peggiori esiti neonatali.
A questo, va aggiunto il dato che già nel secondo anno delle scuole elementari i bambini del Mezzogiorno sono in ritardo nell’acquisizione di conoscenze e competenze linguistiche e matematiche rispetto ai loro coetanei del Nord, ed esistono territori urbani e non ad altissima incidenza di esclusione sociale e di devianza, in cui la trasmissione intergenerazionale del disagio deve essere interrotta.

Se non si interviene su questa fascia di popolazione e nei primi tre anni del bambino, noi conteremo altri ragazzi aggrediti e altre baby gang.

La situazione dei servizi

Per quello che riguarda la città di Napoli, la più importante del Mezzogiorno, la situazione è di pochi asili nido, e di pochi bambini negli asili nido: a fronte del 33% di posti autorizzati per 100 bambini con meno di 3 anni, indicati dalla UE, ed una media italiana del 20.8%, in Campania sono autorizzati solo il 6,4%.

I Consultori delle Aziende sanitarie sono allo stremo per numero e per personale, ridotti ad ambulatori in cui la promozione della salute, cardine della loro nascita, è del tutto marginale. E i servizi sociali, tranne che nelle aree urbane più grandi, sono inesistenti.

A fronte di questi bisogni, il 40.72% delle risorse sociali dell’area Infanzia nella regione Campania è “fagocitato” dai servizi residenziali e, quindi, dal pagamento delle rette per i minori allontanati dal loro nucleo familiare (tale percentuale raggiunge l’apice del 44.75%, per la provincia di Napoli).
Mentre le reti comunitarie di solidarietà sono in molti territori inesistenti, in altri pochi “eroi” mantengono in piedi presidi di solidarietà e legalità contro tutto e tutti.

È noto che impiegare risorse per i primi mille giorni di vita di un bambino è un investimento altamente produttivo.

Gli interventi necessari

E’ necessario, oltre che urgente, quindi pensare ad investimenti di lunga durata e con risorse certe che tengano conto principalmente dei bisogni essenziali delle famiglie e dei bambini; ragionare in termini di accompagnamento con percorsi che non partano e non si esauriscano nella singola prestazione, che proiettino le famiglie verso un percorso di sostegno che parte dalla gravidanza e che sia in grado di giungere almeno al terzo anno di vita del bambino; utilizzare un lavoro interdisciplinare e interistituzionale, perché le politiche di contrasto alla povertà di prevenzione non possono prescindere dal dialogo e dalla messa in collegamento dei vari servizi e dei diversi ambiti di intervento (sociale, sanitario, educativo).

C’è bisogno di sostenere e accompagnare i genitori ed in generale i nuclei familiari con percorsi che coinvolgano tutti i servizi territoriali in rete, dai consultori passando poi per l’ospedale, per il pediatra di famiglia, fino ad arrivare alla scuola e ai servizi.
La creazione di questa vera e propria ‘rete’ potrebbe partire dalla individuazione di un hub territoriale dei servizi, che possa rispondere in modo flessibile alle diverse e molteplici esigenze delle famiglie.

Un’altra possibile tipologia di interventi riguarda il cosiddetto Home visiting, che consiste nell’avvicinarsi alle famiglie e prevedere forme di intervento domiciliare a vari livelli (sanitario, educativo, ecc), coinvolgendo non solo gli operatori sociali, ma anche quelli del sistema sanitario (pediatra, ostetrica, ecc)

Infine, investimenti nell’educazione dai 0 ai 3 anni: gli interventi precoci rappresentano un investimento in capitale umano con ricadute a breve e lungo termine nelle dimensioni della salute, dell’educazione-formazione e delle condizioni di vita, con risparmio sui costi degli interventi tardivi e riparatori.
È dimostrato, inoltre, che tali interventi hanno effetti positivi da un punto di vista economico a breve, medio e lungo termine e quindi relativamente anche alla devianza sociale e alla delinquenza.

È necessario investire in modo strategico sull’educazione precoce al nido e alla scuola pre-primaria per la fascia 0-3. In rete con i servizi sociali e sanitari.
Il MIUR ha recentemente diffuso i dati sulla dispersione scolastica e il numero di studenti che lasciano la scuola o la frequentano senza regolarità sono sovrapponibili a quelli sull’indigenza. C’è una piccola percentuale di bambini appartenenti alla categoria di indigenti che invece frequenta la scuola con profitto.
Ci vuole coraggio ma questa è l’unica strada possibile.

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