Banche, io so (anche se non ho le prove)

Opinioni

Voglio che tra 20 anni l’Italia non sia, com’è adesso, in fondo a tutte le classifiche internazionali per educazione finanziaria

Io so – scriveva Pasolini sul Corriere della Sera il 14 novembre 1974 in merito alla strategia della tensione – ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero”.

La strategia della tensione è finita da decenni (anche se continuiamo a non avere le prove), e di Pasolini non ne nascono certo più da un pezzo. Ma su cos’è tutta questa storia delle banche, io so. Ma non ho le prove.

So che fino a inizio Anni 90 tutto il nostro sistema bancario era organico al sistema di spartizione di potere pubblico della Prima Repubblica. Le banche erano enti di diritto pubblico, e per sapere il nome di chi avrebbe guidato una banca, non dovevamo attendere l’esito di una procedura di reclutamento tra i migliori manager internazionali; bisognava aspettare l’esito di un congresso di partito, per capire come si modificavano i rapporti di forze tra le correnti.

So che da quel momento in poi – finalmente – il nostro sistema bancario va incontro ad una ristrutturazione profonda, non solo per adeguarsi all’ingresso nel mercato unico europeo, ma anche per dotarci di un moderno sistema di intermediazione del
credito che risponda ai bisogni dell’economia e non a quelli della politica, spesso con la “p” molto minuscola.

So che questa ristrutturazione fu incompleta. Sono nati due gruppi bancari di dimensione europea, e permane una buona rete di banche di credito cooperativo (banche “di prossimità” diffuse e utili). Ma in mezzo rimane un sistema di istituti che rimangono esattamente come prima: l’unica differenza è che – tramite il sistema delle Fondazioni – si passa dal controllo della politica ad un controllo in mano a sistemi di potere locali: in alcuni casi privati (associazioni di industriali, agricoltori, commercianti), in altri pubblici (enti locali).

In altri casi ancora, rimane il modello delle banche popolari (un assetto di governance che – più di tutti – “protegge” il controllo della banca da acquisizioni esterne).

So che in questi 25 anni, questo sistema ha fatto di tutto (ma proprio di tutto) per lasciare tutto esattamente così. E ci sono riusciti, perché la politica della Seconda Repubblica si è ben guardata dall’anche solo immaginare di intervenire, per modernizzare il sistema e dotare la nostra economia di un sistema di allocazione del credito in grado di premiare l’efficienza, e non il mantenimento di sistemi di potere locali e spesso estremamente inefficienti.

So che l’unica eccezione è stato il Governo Renzi nel 2015 quando ha costretto le 10 maggiori banche popolari ad abbandonare
quel sistema “protetto” di governance e a diventare società per azioni, in modo da essere contendibili sul mercato. E so che tanti (ma proprio tanti) si incazzarono.

So che le autorità di vigilanza bancaria, in questi 25 anni, spesso hanno cercato di proteggere il sistema, invece di cambiarlo. Qualcuno ricorderà il “bacio in fronte” che a metà Anni Duemila Fiorani (amministratore della Banca popolare di Lodi) voleva dare a Fazio (governatore della Banca d’Italia) perché aveva in qualche modo scoraggiato o impedito l’acquisizione della banca da parte di un gruppo europeo, preservando la governance attuale.

So che una delle poche certezze di questa triste scienza che si chiama economia, è che prima o poi i nodi vengono al pettine. Le banche sono aziende. E quando gestisci un’azienda non secondo criteri di efficienza ma perseguendo scopi diversi, prima o
poi fallisce. E infatti alcune banche hanno cominciato ad avere seri problemi di bilancio. Acuiti dalla crisi (dal 2009 in poi), ma non generati dalla crisi. Generati, invece, dall’aver prestato soldi non a chi aveva garanzie migliori o idee migliori, ma a chi conveniva secondo il sistema di potere che ne condizionava la governance.

So che in alcuni casi (le “quattro banche” del novembre 2015) Bankitalia ha fatto il suo dovere. Ha suonato per tempo il campanello d’allarme, ha iniziato vigilanza ispettiva, ha fatto raccomandazioni e – quando tutti gli appelli sono stati bellamente ignorati da chi gestiva quelle banche – ha proposto ai governi Letta e Renzi il commissariamento e la destituzione del management (cosa che quei governi hanno fatto dal maggio 2013 a febbraio 2015). So – perché c’ero e l’ho visto coi miei occhi –
che gli stessi che a livello locale adesso danno la colpa a Bankitalia per non aver fatto abbastanza e non averlo fatto prima, lanciavano strali furiosi all’istituzione di Via Nazionale quando prima ammoniva e poi è intervenuta. Perché gli stava togliendo il
giochino dalle mani.

So che in altri casi (ad esempio in Veneto) Bankitalia ha invece sbagliato.

So che, in quei 25 anni, per evitare che “il giochino fosse tolto dalle mani”, chi gestiva quelle banche ha fatto di tutto. Non solo i baci in fronte di cui si e’ già detto. Quando la loro mala gestione ha cominciato a deteriorare seriamente il bilancio delle banche, non è stato più impossibile evitare il rafforzamento patrimoniale. Ma c’era un problema: “se faccio un aumento di capitale, magari lo sottoscrivono persone che non conosco, che così entrano nella governance della banca. E mi tolgono il giochino dalle mani. Meglio trovare altra soluzione”.

So che “l’altra soluzione” è stata triplice:
1) fare l’aumento di capitale, ma piazzarlo agli attuali azionisti (soprattutto famiglie) o a imprenditori locali (magari debitori della banca)
2) fare l’aumento di capitale, ma farlo sottoscrivere ad altre banche in situazione simile (“io compro le tue azioni, tu compri le mie. Capisc a me’, uaglio’”).
3) emettere un particolare tipo di obbligazioni (obbligazioni subordinate, o junior) che avevano una caratteristica fondamentale: erano obbligazioni come le altre, ma venivano conteggiate nel “patrimonio duro” della banca, così come le azioni. E quindi servivano ad accontentare le richieste di rafforzamento patrimoniale. Però proprio per questo, così come le azioni, in caso di fallimento della banca non ne era garantito il rimborso.

So che su tutti e tre questi metodi per tentare di non farsi “togliere il giochino dalle mani” avrebbero dovuto essere attentamente esaminati dall’autorità di vigilanza a questo preposta. Che si chiama CONSOB. E so che quando sei chiamato a rispondere pubblicamente di una tua presunta mancanza, ti conviene buttare la palla in tribuna e distogliere l’attenzione. E so che spesso questa tattica funziona.

So che è per questo che più di centomila persone – che avevano sottoscritto uno o più dei tre modi di cui sopra – hanno perso i loro risparmi.

So che il governo Renzi – combattendo una dura battaglia in Europa – ha rimborsato l’80% dell’investimento agli obbligazionisti subordinati che abbiano un reddito inferiore a 35 mila euro annui o un patrimonio mobiliare inferiore ai 100 mila euro. E so che il governo Gentiloni in queste settimane ha stanziato un fondo di 100 milioni di euro per rimborsare anche
gli altri, se verrà dimostrato che sono stati vittime di frode.

So che sarebbe stato meglio, nel 2012 quando in Europa si discuteva delle nuove regole e del “bail-in”, seguire meglio quella discussione. In questo avrebbe aiutato avere in Europa personale politico e tecnico di prim’ordine, e non usare le istituzioni comunitarie per mandare gente via dall’Italia e liberare posti da deputato o da ministro.

So che da questa vicenda possiamo trarre lezioni importanti. La vigilanza bancaria è ora in mano alla Bce; quella sui mercati mobiliari è ancora in mano alla Consob. È giusto cosi? Possiamo immaginare una soluzione più efficiente? In ogni caso, nessuna vigilanza o regolamentazione previene abusi o inefficienze a livello decentrato. E allora voglio che quando un funzionario bancario vende ad un risparmiatore un prodotto finanziario di quella banca, ci sia una webcam che registra tutto quello che dice.

E voglio che tra 20 anni l’Italia non sia, com’è adesso, in fondo a tutte le classifiche internazionali per educazione finanziaria. Perché anche se non a tutti noi piace l’economia, quando compriamo un prodotto finanziario dobbiamo abituarci a pensarci bene e a raccogliere qualche informazione in più, esattamente come quando compriamo un’automobile o una casa. Io so tutto questo, ma non ho le prove.

Le prove speravo che me le avrebbe date la Commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche. A questo serviva (e a capire
come migliorare il sistema per impedire di sbagliare ancora). Non doveva servire a lanciare cortine fumogene o a farla pagare a chi non si è accodato all’inerzia di politici della Seconda Repubblica e ha provato a smuovere quel pezzo del sistema bancario che – come tanti altri settori della nostra vita pubblica – non vuole neanche sentir parlare di cambiamento dei propri comportamenti e delle proprie abitudini.

Ah, e un’altra cosa so. Maria Elena Boschi è una donna eccezionale, che conosce cosa vuol dire etica pubblica meglio di quasi tutti quelli che si permettono di aprire bocca su di lei.

Di questo però, a differenza del resto, le prove le ho, eccome.

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