Bisogna tornare al Pd originario

Opinioni

Veltroni ebbe la grande ispirazione: costruire “un’altra cosa”. E invece di riunire i due gruppi dirigenti “fondenti”, il 14 ottobre 2007 chiamò più di tre milioni di italiani “fondanti” che con le primarie diedero vita ad una cosa nuova

Nel bailamme delle tendenze, dei gruppi distinti e contrapposti, delle correnti e delle minacce di scissione che tarlano il futuro del Pd, rischiando, come dice Orfini, di rottamare il PD, credo che sia opportuno fondare il correntone dei “democratici puri e duri”, che dia stabilità e serenità a questo partito, che raccolga quelli del “PD originario”, quello che nacque come non lo intendevano ne D’Alema, ne Fassino, ne Rutelli, ne Marini, e forse nemmeno Prodi.

Loro volevano semplicemente incollare due partiti che erano in crisi, non avevano più un senso per tanta gente, soprattutto per i giovani e per il ceto medio. Con gli stessi gruppi dirigenti di sempre, spompati e senza respiro. Anche un po’ sputtanati. Tanto che dopo poche settimane dai congressi che deliberarono la fusione di DS e Margherita, gettarono la spugna e si rivolsero a Walter Veltroni pregandolo di prendere in mano lui la cosa.

Miracolo della storia, Veltroni ebbe la grande ispirazione: costruire “un’altra cosa”. E invece di riunire i due gruppi dirigenti “fondenti”, il 14 ottobre 2007 chiamò più di tre milioni di italiani “fondanti” che con le primarie diedero vita ad una cosa nuova. Tre milioni di persone, con o senza storia politica alle spalle, non di sinistra o di centro o di destra, ma semplicemente “democratici”. Questa fu la più grande novità: non si era mai visto prima, nella storia del mondo, un partito fondato da più di tre milioni di persone.

Gli altri volevano continuare le storie di prima sotto mutate spoglie, con l’idea che bastasse l’unione per fare la forza; col PD invece si iniziò dichiaratamente una storia nuova a cui dare un abito nuovo. Insomma, un partito che più che una storia alle spalle, avesse una storia davanti a se.

Si dirà: sì però i valori del passato non andavano buttati via! Buttati via no, ma nemmeno riscaldati come la proverbiale minestra. I migliori valori che avevano ispirato nel novecento l’azione di comunisti, socialisti, democristiani, laici e liberali erano solo dei semi selezionati da piantare sul terreno della società del nuovo millennio per far nascere i fiori dei valori democratici. Che poi questi valori erano tutti racchiusi nella Costituzione repubblicana.

Ecco: il 14 ottobre del 2007 erano nati “i democratici”, quelli che guardano avanti consci che alle storie passate non basta cambiare i nomi, ma anche i contenuti; quelli che si riconoscono nella Costituzione e pensano di poter unire nell’impegno riformatore la maggioranza della nazione che in quei valori si riconosce.

Purtroppo, visto il successo di quelle primarie, i galletti che avevano perso voce e stavano in un cantone del pollaio, ricominciarono a cantare. Rivendicarono paternità e maternità esibendo il loro dna; rivendicarono i loro diritti di azionariato e l’inseminazione con i loro geni sulla nuova creatura. Insomma, tutto era cambiato ma nulla doveva cambiare. Il Partito era Democratico, ma si doveva intendere di Sinistra(cioè DS, anzi PDS). Chi comandava? Non potevano essere 1500 persone elette da tre milioni di persone!(e chi li controlla tre milioni di persone!). Dovevano decidere gli iscritti(cioè in gran parte gli iscritti ai vecchi partiti che essendo poche centinaia di migliaia erano controllabili e controllati dai capi).

E si dovevano fare “i caminetti” fra i dieci/quindici capi che contano. In altre parole “il morente soffocò nella culla il neonato” e dopo pochi mesi, pur con un risultato elettorale senza precedenti, il babbo Veltroni(un grande uomo e un grande politico moderno) che non aveva il “pelo sullo stomaco” sufficiente per sbaraccare le resistenze, piuttosto che piegarsi, lasciò.

Sono seguiti cinque anni in cui il PD andò sempre più somigliando ai DS(con zone di Margherita). Lo spirito originario del partito dei democratici andò scemando e un soggetto che doveva avere milioni di cuori e di cervelli pulsanti si ritrasfomò, richiamando i vecchi valori e finendo per approdare alla “ditta” con pochi azionisti. Il cerchio attorno al “PD originario” si era chiuso.

A quel punto era chiaro che solo una leadership capace di strappare, di tirare diritto con il consenso di milioni di “obbligazionisti”, senza ascoltare sempre quelle decine di azionisti recalcitranti e reclamanti i loro utili, capace di decidere anche in solitudine(dentro il mandato ricevuto democraticamente), poteva riportare in alto il PD originario.

Quella leadership democratica è arrivata con Renzi, sorretta da un ampio consenso alle primarie 2013. Ha provato a marciare senza farsi impressionare dagli strilli e dalle resistenze imbastite al grido di “se non mi ascolti e non fai come dice la minoranza noi ce ne andiamo”. Questa leadership ha portato il PD al governo senza inciuci o intese larghe e spurie. Un governo che in tre anni ha messo mano a riforme sacrosante che aspettavano da decenni. E gli errori commessi qua e la non inficiano la grandezza di questo lavoro.

Adesso facciamo i conti con un referendum perso grazie all’azione sconsiderata di CGIL, Anpi, una parte del PD e i partitini di sinistra sempre all’avanguardia nel lavorare per far perdere le forze progressiste. Si, perché il grosso dei voti NO è dovuto a FI, Lega, Fratelli d’Italia e 5 stelle, ma tutto il beneficio politico è andato a Berlusconi, Salvini, Meloni e Grillo. E quel 15% di SI che avrebbero dato al PD una forza di cambiamento e un prestigio straordinari, è mancato grazie ai suddetti “nostri”. Nessuno può negare che con quel 15% in più la storia politica dell’Italia, attuale e dei prossimi anni, sarebbe stata tutta un’altra storia.

Ora bisogna riprendere il cammino del PD originario e i democratici fedeli a quel progetto di PD è ora che si facciano sentire, difendano le loro idee e lavorino per far definitivamente emergere la sua natura di partito di “tutti i democratici”, partito pluralista, ma con una sola linea politica di riforme e di governo, democraticamente approvata.

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