Le mamme e le urne

Opinioni

Noi mamme che lavoriamo siamo tagliate fuori dalla campagna elettorale. Nessuna roboante promessa, nessun annuncio miracoloso, nessun sogno in cui farci cullare

Noi mamme che lavoriamo siamo tagliate fuori dalla campagna elettorale. Nessuna roboante promessa, nessun annuncio miracoloso, nessun sogno in cui farci cullare.

D’altro canto, non è facilissimo convincerci. Abbiamo ancora tutti i nostri denti e non ci servono le dentiere. Siamo straconvinte di vaccinare i nostri figli, senza interrogarci se ci sia un complotto plutogiudaicomassonico dietro le parole dei nostri pediatri, e non tutte abbiamo animali da portare a costose visite veterinarie visto che a malapena riusciamo a star dietro ai nostri figli. Siamo mediamente informate per capire che se i nostri ragazzi sono molto bravi all’università avranno tasse ridotte o che se ci sono difficoltà economiche esistono da decenni esenzioni anche totali legate al reddito. Essendo poi pochissime le politiche a favore della famiglia, nemmeno l’eroica determinazione di Giggino di radere al suolo con la clava tutto il “Sistema” delle leggi esistenti ci solletica.

Eppure, di cose da fare ce ne sarebbero. Per una generazione in bilico tra una perenne crisi di nervi e un multitasking che ammazzerebbe anche gli atleti dell’ironman.

Nel corso dell’ultima legislatura sono state introdotte diverse misure; dal bonus bebé, al contributo per l’asilo nido, all’ampliamento delle detrazioni per i figli a carico. E ancora, il primo Fondo nazionale per i Caregiver, per i genitori che si prendono cura di figli disabili e il Fondo contro la povertà finalizzato alle famiglie con minori sono strumenti rilevantissimi, mai conosciuti nel nostro paese. E l’obbligo del conged(ino) per i padri è quasi rivoluzionario qui da noi, dove gli stereotipi di genere non si sradicano neanche con la gru.

Ma potrebbe essere la volta buona per rovesciare la prospettiva. Non tanto investire su politiche per la famiglia ad hoc, parcellizzate a seconda del target di destinazione, ma partire dall’attenzione alla famiglia prima di avviare qualsiasi tipo d’intervento pubblico. E’ l’approccio del “Family mainstreaming”, sperimentato da tempo a Trento; ogni politica pubblica include agevolazioni, tariffe, servizi per la famiglia in modo strutturale o quantomeno la valutazione dell’impatto sul benessere delle famiglie. Si tratta di costruire un sistema ordinato e integrato di politiche, non di giustapporre l’ennesima trovata alle altre.

Cominciamo a pensare di inserire negli appalti pubblici clausole specifiche per la conciliazione vita-lavoro, o a promuovere nei comuni orari di servizio (asili, scuole, centri giovani, strutture per disabili) a misura di famiglia e non a misura di pubblica amministrazione (o di tempi di lavoro che non esistono più), diamo risposte quando non ce ne sono (i tre mesi di vacanza estiva continuano a essere un incubo per chi lavora), e dai trasporti alla sanità ragioniamo concretamente sul Fattore famiglia, sottraendo ogni ragionamento da giudizi di tipo ideologico. Di ideologico c’è ben poco in una famiglia che si arrabatta da mattina a sera.

Che la spesa pubblica per la famiglia viaggi in Italia intorno al 6,5% della protezione sociale, mentre per gli anziani sia al 65%, la più bassa in Europa, continua a essere un enorme problema.

Invece del consenso immediato, dei cento voti in più raccattati su promesse istantanee, meglio investire sul lungo periodo. Per il bene di tutti.

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