Cancelliamo sfruttamento e schiavitù

Opinioni

Provare a infrangere quel muro di paura che porta all’omertà è la ragione del sindacato di strada

Con una lunga stagione di lotta abbiamo conquistato la legge sul caporalato e l’intermediazione illecita di manodopera (prima inopinatamente cancellata dal nostro ordinamento). Le forze dell’ordine e della Procura svolgono le inchieste e procedono, e la cronaca di questi giorni plaude alla loro opera: si arrestano i caporali mascherati da agenzia interinale, si scoprono i braccianti rumeni ridotti in schiavitù. Il racconto di un’indagine complessa, che si è scontrata con l’omertà e soprattutto la paura delle braccianti a raccontare e descrivere la loro condizione.

È una paura che ben conosciamo, la paura della disperazione, dell’assenza di lavoro, del bisogno. Quella che ti fa apparire “male minore” lo sfruttamento, l’ingiustizia e la rassegnazione al lavoro nero. Quella paura che fa sì che tutto diventi sopravvivenza, non vita, non lavoro e dignità. Rassegnazione alimentata dai tanti che invocano i lavoretti, la precarietà, che non hanno mai la forza di mettersi nei panni di chi non fa dichiarazioni ma ogni giorno subisce la via crucis del caporale, l’umiliazione delle buste paga decurtate, l’incertezza della “chiamata” il giorno dopo.

Quella condizione che ha visto morire di fatica Paola Clemente e che ha visto l’ostinazione della famiglia e della Flai Cgil affinché ci si rendesse conto che era vittima di caporalato. Provare a infrangere quel muro di paura che porta all’omertà è la ragione del sindacato di strada, delle Tende Rosse, dell’essere tra loro: braccianti, uomini e donne, italiani e stranieri.

Abbiamo sentito voci che usano la logica dei grandi numeri per dire: “Sono pochi, percentuali minori; perché affannarsi su questo, che getta cattiva luce sul Paese e sull’agricoltura”. Abbiamo sentito chi, continuando a contrastare la legge sul caporalato, dice: “Così si getta discredito sulle imprese sane, si dà un’idea di illegalità diffusa”. Purtroppo non è vero che sono pochi, ma se così fosse, anche una sola persona sfruttata e ricattata sarebbe insopportabile per un Paese civile, libero e democratico. Per questo va respinta la logica dei numeri e scelta, invece, quella del risolvere, del contrastare, del condannare.

L’illegalità diffusa c’è, per questo vorremmo vedere le aziende sane in prima fila a denunciare e contrastare chi oltre a ledere la dignità delle persone, esercita concorrenza sleale ed alimenta i circuiti della criminalità. Per questo non ci fermiamo, bisogna applicare la legge, riconquistare la fiducia di lavoratrici e lavoratori che si sentono prigionieri. È necessario tradurre gli impegni presi nei protocolli e togliere gli alibi: organizzare trasporti leciti, trasparenti, controllati dal pubblico e un collocamento senza intermediari, applicare i contratti e sconfiggere l’idea del salario di piazza.

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