Caro Matteo, non ci sto, io #nonconcilio

Opinioni

Nel PD la maggioranza è Renzi, c’è un segretario e lui sarà il candidato Premier.

Caro Matteo,  non ci sto, io #nonconcilio. Rimane intatto per molti di noi che siamo giunti a Firenze nel 2009 l’obiettivo che ci siamo dati e non rinnego nulla: cambiare il Paese, farlo diventare una nazione moderna, civile, accogliente, prospera, ricca di valori oltre che di beni, materiali o immateriali che siano. Ricca di ideali. Parole grosse? E cosa ci resta se non vivere di ideali.

Non concilio. Questo per dire cosa? Per chiudere la porta in faccia alla minoranza del partito? Mi permetto di chiuderla in faccia a tutti coloro che dissimulano i mezzi coi fini, anche a te, se tu lo facessi. Quella ti abbiamo dato non è una delega in bianco perché sei bello o simpatico, non sei né l’uno né l’altro, sei strumento di un progetto di cui tanti di noi siamo azionisti di maggioranza, lo hai interpretato e portato avanti.

Non sei l’obiettivo, non sei l’ “uomo solo al comando” e non lo sei mai stato, sei lo strumento e l’accusa che ti abbiamo fatto in tanti è quella di non esserlo stato fino in fondo, perché la rottamazione, come la rivoluzione, non si annuncia, si compie. Non si è compiuta. Nei territori più di qualcosa non va ed è tua responsabilità. Il rispetto delle competenze, che la platea larga ti ha chiesto, uno dei bisogni essenziali disattesi in questo paese, non lo hai difeso fino in fondo, non uso la parola merito, non avermene, sono un’insegnante, categoria che ce l’ha con te per più di un motivo fondato, e uno dei motivi è questo: il merito prima di pretenderlo si pratica. Eppure son qua.

Caro Matteo, il coraggio, direi la temerarietà, di cui è investita ogni tua cellula, non lo hai speso fino in fondo. Difficile adesso tenere tutto unito? E quando mai è stata questa la tua paura? Avresti diviso e avresti pagato un prezzo, lo sapevi, ma avrei voluto che le divisioni e i mal di pancia fossero stati per aver portato con messa a terra adeguata progetti sacrosanti, perché senza messe a terra efficaci non ci sono riforme.  Sei sempre stato chiaro: “mi faccio strumento, l’obiettivo sono le politiche, il mezzo è la Politica”. Con questo manifesto siamo partiti da Firenze contro una Politica per la Politica e contro una Politica per se stessi.

Ecco cosa mi divide dalla minoranza: il primato delle politiche, il concepire le battaglie un fine della vita non uno strumento della stessa. Quando siamo arrivati a Firenze eravamo tante monadi, minoranze giunte da tante parti. Da cosa scappavo? Da un partito che in Sicilia stava sostenendo il governo Lombardo, col via libera proprio del compagno D’Alema, nessuno lo dimentichi e s’è visto com’è finita. Come minoranza non mi pare che allora qualcuno mi abbia concesso il lusso della rappresentanza, lo dico a coloro che oggi parlano di un partito poco democratico. Strano modo di rispettare la democrazia, con la linea dettata dalla minoranza quando non vince e dalla stessa minoranza quando vince.

A Firenze parlai di El Medi, arrivato in classe da me coi barconi, nero, povero, che viveva in una periferia di Palermo, “da grande voglio essere il re d’Italia”, una frase grande, importante che credo abbia dettato la linea a tutti noi. Siamo strumento di quel desiderio: un’Italia in cui l’ultimo venuto dalle periferie della speranza, italiane o del mondo, abbia cittadinanza, coi suoi sogni, abbia una dignità, abbia un sogno e possa perseguirlo. Io voglio questa Italia, non velleitaria, volenterosa. Se la minoranza del PD ci sta a farsi strumento e non fine io concilierei, ma non ne vedo né le premesse né i modi.

Non vengano a farci lezioni, sono stata minoranza e ho ingoiato fango dentro il Partito quando mi hanno portato a sostenere l’insostenibile, non ho minacciato scissioni, ho fatto battaglia, corretta e chiara e quando non ho visto spazi ho lasciato il partito, senza ricatti. Su scuola, su povertà, su altro non ho visto azioni in quella stagione dissennata di governo della sinistra pd in Sicilia a braccetto con Lombardo; era targato Bersani, non lo dimentichi il compagno Pierlugi. Parlare di Sicilia non è cambiar discorso perché quella regione oggi è l’Italia, la terra degli ultimi di reddito, dove si vince o si perde la scommessa di ogni governo.

Io non concilio in un momento in cui l’internazionale populista si sta sovrapponendo all’internazionale proletaria, attacca il nostro terreno, e niente ormai può trattenere l’ immensa forza distruttrice. Cos’è che elettrizza tutti? Il mercato delle liste? I livori personali?  La paura di sparire? Non irritarti, Matteo, se scrivo cose che non è il caso di dire adesso. Il mio fine, non il mezzo, rimane sempre uno, voglio asili e più scuola nella mia terra, perché oggi così non è, e non sembra fregar granché a molti. Per far questo e altro io chiedo il voto, subito, senza esitazioni, a giugno, te lo chiede il Paese, cos’altro deve fare per farsi ascoltare?

Con tutto il rispetto per il presidente emerito, per Emanuele Macaluso, che mi definirebbe avventurista, per il neonato Consenso, io preferirei il Buonsenso, perché tergiversare ci avvicina allo schianto, a morir di tatticismi. Riprendere la corsa, rischiare di perdere, certo, dare un governo scelto dagli italiani, legittimato dal voto, forte in Europa, rilanciare contro le rendite di posizione e con il volano dell’innovazione, questa volta con efficienza, con competenza, con riforme strutturali, con meno bonus, con meno arroganza liberista, con maggiore considerazione delle categorie e degli ultimi, dell’esperienza, della scienza e della coscienza; tutte cose che ripete la minoranza del partito? Certo, brandendole come armi, non come obiettivi. Non si tratta di volere l’uomo forte, ma di avere ideali forti e, lo ripeto, di farne fine, non mezzo.

Lo scrivo sul mio giornale che merita rispetto e voglio rimanga vivo e parlante, Matteo, rispetto e cura perché siamo noi. “Vivere insieme nel mondo significa essenzialmente che esiste un mondo di cose tra coloro che lo hanno in comune, come un tavolo è posto tra quelli che vi siedono intorno”, però, finché c’è democrazia, la minoranza faccia la minoranza e non il giocatore che lascia il tavolo o rovescia il piatto, guardiana delle regole a giorni alterni, persa a cercar per sempre quello che non c’è, sennò ognuno vada dove vuole andare, ognuno invecchi come gli pare. Nel PD la maggioranza è Renzi, c’è un segretario e lui sarà il candidato Premier.

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