Come evitare la restaurazione

Opinioni

Il risultato del referendum ci costringe a muoverci ancora dentro un vincolo che ci crea problemi rispetto alle leggi vigenti per Camera e Senato

Per capire la direzione in cui muoverci dobbiamo in primo luogo partire dalla natura dell’innovazione e sconfitta. Il tentativo di riforma bocciato dagli elettori era in sostanza una manutenzione costituzionale straordinaria della Seconda Parte, la cui necessità si era manifestata all’inizio di questa legislatura quando una crisi politica (l’impossibilità di formare il governo Bersani) era diventata anche una crisi costituzionale (il Presidente uscente non poteva sciogliere perché era nel semestre bianco e non si riusciva neanche ad eleggere il nuovo).

In secondo luogo dobbiamo capire le ragioni di lungo periodo che ci avevano portato lì. Le deboli istituzioni italiane erano state in origine surrogate dalla forza del sistema dei partiti, almeno fino al 1989: sistema che poggiava su ben precise fratture sociali e legami internazionali. Di fronte alla crisi irreversibile di quel sistema, che precedette Tangentopoli (basti pensare ai successi della Lega nelle regionali 1990 e al referendum sulla preferenza unica nel 1991), per evitare una deriva fatale si adottarono a livello di comuni e di regioni regole piuttosto coerenti sul sistema elettorale e sulla forma di governo che hanno stabilizzato quei livelli di governo.

Sul piano nazionale, invece, ci si limitò alle sole leggi elettorali che, per quanto tendenti a incentivare una polarizzazione, si sono trovate di fronte ad alcuni seri ostacoli costituzionali, tra cui il doppio rapporto fiduciario che ha causato problemi in ben quattro elezioni su sei. In terzo luogo possiamo quindi ritornare al presente. Il risultato del referendum ci costringe a muoverci ancora dentro quel vincolo e ci crea problemi rispetto alle leggi vigenti per Camera e Senato, divaricanti tra di loro. Dobbiamo però per questa sola ragione andare in retromarcia anche sulle leggi elettorali? Chi immagina una linea di pura restaurazione sembra ignorare che leggi elettorali proporzionali pure o debolmente corrette non farebbero magicamente ritornare i partiti di allora, con le relative fratture e appartenenze.

Sarebbe come se la Chiesa decidesse di tornare alla Messa in latino: non è che questo riprodurrebbe anche dei fedeli in grado di capire il latino. Il punto è che i sistemi fondati sul rapporto fiduciario tengono o perché i partiti sono naturalmente in grado di realizzare coalizioni ordinate (esempio tedesco, dove tra l’altro nessuno discute che solo al leader del primo partito spetti guidare il Governo) o perché, pur in presenza di una tendenza naturale alla frammentazione delle forze politiche e ad una maggiore distanza tra di esse, gli incentivi istituzionali puntano decisamente all’aggregazione (caso francese).

Se invece sono deboli sia le regole sia i partiti si va incontro prima o poi (più prima che poi) non solo a crisi politiche, ma anche a crisi costituzionali. In quarto luogo possiamo allora riflettere sulle leggi elettorali. Quella del Senato, come risulta dalla sentenza 1/2014 della Corte, è un proporzionale impostato sulle coalizioni pre-elettorali su base regionale con possibili effetti simili a quelli del sistema spagnolo: una coalizione, per essere riconosciuta come tale deve ottenere il 20% per cento nella Regione e a quel punto dentro di essa ogni lista può entrare se ottiene il 3% per cento e se il numero dei seggi della Regione non è troppo piccolo; per tutte le altre liste lo sbarramento è all’8 per cento.

Il sistema della Camera, su cui pende la spada di Damocle della Corte, specie sul ballottaggio, che è il vero elemento di fondo su cui si discute, prevede per il resto una competizione tra liste con sbarramento nazionale al 3% per cento e un ragionevole premio che può portare la lista vincente al primo turno dal 40% dei voti al 54% dei seggi. Quasi nessuno ne contesta la costituzionalità se il turno restasse unico. Volendo spingerci verso u n’omogeneizzazione, prima o dopo la sentenza della Corte, si possono evidentemente fare scelte diverse a seconda che si parta da un sistema oppure dall’altro: liste o coalizioni, sbarramenti alti o premi significativi. Si può anche tentare di allineare le leggi su un modello terzo, come i collegi uninominali oggi non previsti.

Ci sono però tre cose da non fare assolutamente: la prima è perdere tempo inutilmente, una tentazione che allontanerebbe i cittadini ancor più della complicazione di votare per due sistemi divaricanti; la seconda è rinunciare ad almeno uno degli strumenti polarizzanti, ossia sbarramenti alti, premi significativi, collegi uninominali; la terza è rinunciare agli strumenti necessari a stabilizzare il sistema sul versante dei partiti, ossia le primarie aperte e la coincidenza tra premiership e leadership. A queste condizioni la crisi è evitabile.

Scrivi la tua opinione su Unità.tv

Vuoi ricevere Democratica sulla tua email?

Iscriviti alla nostra Newsletter!

Ricevi le notizie di Democratica una volta al giorno direttamente nella tua email.

Vedi anche

Altri articoli