Convenzione di Istanbul, a che punto siamo

Opinioni

Il testo rappresenta il punto d’arrivo di lunghe battaglie politiche e giuridiche, ed è il primo strumento giuridicamente vincolante nel contrasto alla violenza contro le donne, definita una lesione dei diritti umani

In occasione del 25 novembre, la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne, la Commissione parlamentare Diritti delle donne uguaglianza di genere del Parlamento Europeo – FEMM – ha organizzato una riunione interparlamentare sullo stato dell’attuazione della Convenzione d’Istanbul e sul percorso dell’adesione dell’Unione Europea alla Convenzione. Insieme alle colleghe senatrici Fattorini e Puglisi ho partecipato all’incontro, nel quale sono stati coinvolti parlamentari europei e nazionali, oltre che rappresentanti del Consiglio d’Europa, esperti ed esponenti della società civile.

Dall’entrata in vigore della ‘Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica’, ottenuta grazie raggiungimento delle dieci ratifiche prescritte, sono trascorsi tre anni, sei dalla approvazione del Comitato dei Ministri e dall’apertura alla firma per i singoli Stati, quattro dalla ratifica italiana.

Il testo rappresenta il punto d’arrivo di lunghe battaglie politiche e giuridiche, ed è il primo strumento giuridicamente vincolante nel contrasto alla violenza contro le donne, definita una lesione dei diritti umani. La Convenzione stabilisce inoltre una correlazione stretta tra violenza e diseguaglianza e individua la chiave della prevenzione nel perseguimento della parità e del riequilibrio tra i generi. Non è difficile comprendere come si tratti di un documento fondamentale, non solo per la vita delle donne ma per la coscienza civile europea.

Noi parlamentari ricordiamo spesso con orgoglio che ratifica della Convenzione è stato il primo atto della legislatura: a partire da essa l’impegno nel contrasto alla violenza è rimasto centrale nelle azioni dei governi Renzi e Gentiloni grazie all’impegno di Maria Elena Boschi. Oggi però, a livello nazionale ed europeo il vento populista soffia sul fuoco delle paura, minacciando conquiste che davamo acquisite. Nelle riunione a Bruxelles l’appello affinché tutti gli Stati firmatari della Convenzione procedano alla relativa ratifica, ha incontrato riserve e resistenze da parte di parlamentari dell’Europa orientale.

Esponenti polacchi, slovacchi e lituani hanno obiettato come le previsioni della Convenzione, in particolare in materia di violenza domestica, possano rappresentare una minaccia all’unità familiare e a i valori cattolici. Conosciamo bene questi argomenti, sono stati quelli che nella scorsa legislatura hanno bloccato la ratifica, ma li abbiamo combattuto e sconfitti. Istanbul è stata votata all’unanimità ed ha rappresentato una delle pagine più belle e condivise della storia parlamentare.

Dobbiamo proseguire su questa strada anche a livello europeo, fermando una regressione pericolosa. Insieme alle colleghe svedesi, spagnole e tedesche abbiamo lanciato un appello alla Commissione europea affinché presenti una proposta di direttiva su una definizione comune di violenza di genere per arrivare a un quadro legislativo coerente e ad una strategia europea capace di tutelare in modo omogeneo le donne all’interno dell’Ue.

Ma soprattutto, come abbiamo chiarito nei nostri interventi, occorre affermare che il rispetto e la dignità di ciascun essere umano sono il fondamento di qualunque relazione affettiva e familiare, e che la libertà conquistata dalle donne è una risorsa, non una minaccia alla tenuta delle nostre società.

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