Cosa non mi convince degli argomenti di Letta

Opinioni

In realtà Renzi non si è sottratto ad uno sforzo teso a mantenere l’unità del Pd: coinvolse nella guida del partito e poi al governo con ruoli di responsabilità il gruppo che lo aveva contrastato aspramente da sinistra dei “Giovani turchi”

Ascolto Enrico Letta alla trasmissione dell’Annunziata, due affermazioni impegnative: «Voto Andrea Orlando, l’unico in piazza a spingere per l’integrazione europea… l’unico che vuole unire il Pd». E l’altra affermazione politicamente rilevante: «L’Italicum era una aberrazione». Soffermiamoci su questo secondo punto. Con l’attuale legge proporzionale uscita dalle sentenze della Consulta lo scenario più probabile all’indomani del voto sarà l’impasse istituzionale, la difficoltà di trovare i numeri per formare un governo. Senza grandi partiti non ci sarà nemmeno la via d’uscita della grande coalizione, l’Italia non è la Germania e Forza Italia non è la Cdu.

Ecco la serietà estrema della situazione italiana. Toccare questo argomento vuol dire mettere il dito sulla “piaga” del 4 dicembre che ha archiviato riforme istituzionali e, nei fatti, sistema elettorale maggioritario. Si può dire ciò? Il referendum non riguardava la legge elettorale e tuttavia è stato irragionevole negare che fra riforma costituzionale e legge elettorale vi fosse un nesso. L’una e l’altra innovazione erano il risultato di una strategia di politica istituzionale avviata col governo Letta, avvalorata dalla relazione della commissione Letta-Quagliariello, fatta propria dal governo Renzi.

L’obiettivo era dare istituzioni più solide al nostro ordinamento. Veramente si può sostenere, chiedo ad Enrico, che una legge elettorale che mirava ad assicurare un governo stabile in grado di prendere decisioni, che prevedeva un premio di entità limitata, che non accresceva i poteri del premier, lasciava il potere di scioglimento in capo al capo dello Stato e prevedeva la possibilità di sostituire il presidente del Consiglio in carica non fosse altro che una aberrazione? Mi chiedo cosa sia accaduto in questo Paese se un politico come Enrico Letta giunge a simili affermazioni.

Il punto da fare emergere oggi è una iniziativa parlamentare per correggere le regole elettorali uscite dalla Consulta in modo tale da non condannare alla instabilità la prossima legislatura. Renzi dichiara che intende muovere in questa direzione. Lo si incalzi. E veniamo alla scelta del segretario. Letta sosterrà Orlando. Ci sono argomenti per sostenere Andrea. Non trovo convincenti quelli cui ricorre Enrico per il quale, se capisco bene, Andrea Orlando vorrebbe unire il Pd mentre Renzi lo dividerebbe.

Stanno così le cose? In realtà Renzi non si è sottratto ad uno sforzo teso a mantenere l’unità del Pd: coinvolse nella guida del partito e poi al governo con ruoli di responsabilità il gruppo che lo aveva contrastato aspramente da sinistra dei “Giovani turchi”. Ha tentato fino all’ultimo di scongiurare la scissione: Bersani e compagnia bella sono andati via quando Renzi aveva rinunciato a sostenere un eventuale anticipo delle elezioni, dichiarato di non escludere candidature alla presidenza del Consiglio diverse dalla sua, aveva annunciato una esplicita riflessione critica sui mille giorni di governo. Cosa avrebbe dovuto fare di più per mostrare la propria disponibilità unitaria? Andarsene? Rifletta Enrico: da Bersani ci si sarebbe aspettato un indirizzo alternativo a quello di Renzi su come irrobustire la ripresa in atto, come rimettere in moto gli investimenti pubblici (al di là di quanto già fatto dopo dieci anni dal governo), su come dare maggiore efficacia alla politica per il Sud ecc. Niente di tutto questo.

Dalla accoppiata Bersani-D’Alema sono giunti solo improperi: Renzi è di destra, ci porta nell’abisso, è la variante di Berlusconi. Vogliamo dirci la verità? La guerriglia contro Renzi era alimentata da conservatorismi e velleitarie ricerche di identità storicamente anacronistiche e dalla disperata difesa di mere posizioni di potere. D’Alema ne era l’esempio più penoso, ma Bersani non è stato da meno. Possibile che Enrico Letta non si renda conto di ciò? Così come è difficile intendere cosa significhi politicamente alludere a eventuali intese in vista del governo da costituire all’indomani del voto, con i grillini. Che occorra intendere le ragioni all’origine del sorgere e consolidarsi del M5S è una banale osservazione, che ci sia da riconquistare elettori che, dopo aver guardato favorevolmente al Pd, hanno scelto di sostenere i cinquestelle è proposito sacrosanto ma come si perseguono questi obiettivi? Attenzione a inoltrarsi sul terreno del Movimento 5 stelle.

La malattia di cui è un sintomo il grillismo consiste, come scrive Giovanni Orsina, nel divario sempre maggiore fra quello che la democrazia promette e quel che riesce a mantenere. E ha come effetto collaterale la perdita di credibilità della classe politica considerata responsabile dell’allargarsi di quel divario. Per venirne fuori non bastano gli anatemi ma certamente la via non è quella dell’inseguimento della politica del M5S, dell’imitazione (anche Renzi farà bene a guardarsi da tale tentazione). L’unica strada capace di fronteggiare il populismo è in un rinnovamento della vita democratica e in una politica che ritrovi la forza, la responsabilità e la credibilità necessarie a dire agli italiani la verità sullo stato in cui versa il Paese e sappia avviare riforme che diano risposte ai problemi. Tutto ciò possibilmente prima che il carnevale grillino dal Campidoglio traslochi a Palazzo Chigi. In quanto all’Europa, Enrico non potrà che convenire sul fatto che Matteo Renzi abbia sollevato problemi di fondo per quanto riguarda la necessità dell’Unione europea di rimettersi in cammino e rilanciare su basi più salde il processo di integrazione.

Mi pare che Renzi abbia posto la questione su cui torna con insistenza Biagio de Giovanni: come ridurre il distacco delle decisioni europee dalla rappresentanza politica dei popoli. Questione delicata ma decisiva se si considera che il populismo è alimentato dalla reazione al crescere di questa distanza. Nei mille giorni del governo Renzi non sono mancati errori. Eppure è difficile negare che il paese si era rimesso in moto e che «il riformismo era tornato a diventare una politica». Capisco l’animo con cui Enrico discute della intera vicenda, vorrei tuttavia rivolgergli una domanda: è infondato il timore che, se il tentativo di Renzi si interrompe del tutto, l’intero fronte del riformismo sia destinato ad arretrare? Che un pezzo della sinistra inchiodata al proprio passato tornerà a condizionare la politica di centro sinistra e la condannerà alla sconfitta come già è accaduto negli scorsi anni? Penso che le cose stiano in questi termini. Ecco perché, sulla base di una seria riflessione critica, credo sia da sostenere la candidatura di Renzi a segretario del Pd.

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