Oltre i Dorian Gray della politica la voglia di cambiare il Paese

Sinistra

A sinistra l’ennesima guerra su chi è più compagno, solite facce, soliti temi

Qualche giorno fa un amico tedesco, appassionato del nostro Paese ed in visita a Roma, mi ha detto: “L’Italia è quel posto dove l’eccellenza del bene si equilibra immancabilmente con la profondità del male”. Parlava della strana sensazione di mangiare la miglior carbonara della sua vita mentre osservava dei gabbiani litigarsi l’immondizia nei pressi d’un bidone dei rifiuti (ne approfitto peraltro per ringraziare il Sindaco Raggi per queste splendide cartoline dall’inferno), io ci ho visto una metafora della gattopardiana politica italiana.

Da una parte l’elezione del prossimo Segretario romano del PD – io, si sa, porto Andrea Casu perché vedo in lui l’uomo giusto per rinnovare il partito romano in continuità col pensiero di Matteo Renzi – che vedrà un confronto tra candidati giovani e capaci, dall’altra i soliti noti che in vent’anni han fatto meno riforme di Renzi in due e che, ciliegina sulla torta, han convinto gli italiani a votare No a quel referendum costituzionale che avrebbe potuto far uscire l’Italia dalla palude.

Bersani, De Mita, D’Alema, antichi i loro nomi, antichi i loro formulari: “Se me lo chiede il Paese, mi sacrifico” chiosa il leader maximo con l’aria di chi ti sta facendo un favore solo a rivolgerti la parola. Sembra una formula magica, la sigla d’un vecchio carosello in bianco e nero, una litania che suonerebbe grottesca se non fosse inquietante pensare a quanto queste spinte reazionarie, ringalluzzite dopo il 4 Dicembre, siano gli scogli su cui s’infrangono ogni giorno le ambizioni di tante ragazze e ragazzi. Curioso però notare come i reazionari di oggi siano stati i rivoluzionari della loro epoca: quando il bolide fiammante si chiamava PDS fu proprio Massimo D’Alema a sostituire – diciamo – Achille Occhetto.

Allora la rottamazione era cosa buona e giusta. Che poi non affogare nel ridicolo è davvero complesso quando vedi questi signori provare a spaccare il nostro Pd – perché Renzi non è abbastanza di sinistra – ma tentare goffe capriole carpiate per tendere la mano a quel Movimento 5 Stelle “forza di centro, argine alla deriva populista”.

Sarà, ma proprio non ce lo vedo De Gasperi a parlare di scie chimiche e tuonare contro i vaccini. Bisognerebbe forse prendere atto delle dichiarazioni – dai “taxi del mare”, vergognoso epiteto per le ONG che ogni giorno salvano vite umane, all’essere contro lo “Ius Soli” per i nostri ragazzi – e far pace con l’evidenza che il movimento di Grillo sia molto più vicino a Salvini che alla sinistra italiana pura e dura.

Quella sinistra con l’elmetto che oggi guarda al futuro volgendo lo sguardo al passato: “Ripartire dal No al referendum” affermano Montanari e Falcone mettendo di fatto in atto la prima nuova divisione con Pisapia che invece votò Sì e – cosa ben più grave – non passa le sue giornate a parlar male di Renzi.

Ed ecco, dunque, l’ennesima guerra a sinistra su chi è più compagno, solite facce, soliti temi. L’ennesimo déjà vu di un Paese senza tempo ma fermo agli anno ’90, dinamiche che possono incuriosire l’amico tedesco spettatore di questo strano Paese ma che, noi che ne siamo protagonisti, dobbiamo essere in grado di riconoscere e contrastare.

Da settimane vedo nuove forze avvicinarsi al Pd, dal consolidato Future Dem al nostro più recente Generazione Dem, senza dimenticare il contributo dei Giovani Democratici. Dare a queste energie gambe lunghe per superare la palude è un compito arduo quanto necessario, oltre c’è il Paese che vogliamo costruire ma bisogna ripartire dalle idee, dalle persone, dai circoli, dai territori, dove quelle energie troppo spesso vanno sprecate.

Guardandoci indietro vedremo il passato ed avremo la grande soddisfazione di averlo, finalmente, messo alle nostre spalle e poterlo chiamare tale.


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