Dallo psiconano agli scissionisti: come siamo arrivati fino a qui

Opinioni

La palude politica in cui siamo e le sue origini

In principio fu lo “psiconano”. Con questa definizione Grillo ha inaugurato una proficua stagione di raccolta del consenso, riuscendo a pescare con successo nell’elettorato di sinistra e centro-sinistra.

Poi venne Gargamella. Creatosi una granitica reputazione anti-berlusconiana, e sapendo che il tifo ottenuto a sinistra lo avrebbe protetto da tutto, ha dato l’assalto al centro-sinistra, nell’imbarazzo malcelato ma autocensurante di quanti si erano crogiolati nelle inchieste sul “bunga-bunga”, eleggendo Grillo capopopolo ben prima dell’ascesa del M5S.

A questo punto, per Grillo il nemico numero uno è il PD. Berlusconi è al secondo posto, ma distaccatissimo. Anzi, nelle aggressioni verbali definite “attacchi contro la casta”, Berlusconi quasi scompare. Bossi invece diventa per Grillo una persona “onesta”, che si vede “che non ruba”.

I consensi da destra arrivano a fiumi. La guerra di Grillo diventa monotematica. La sinistra tutta e tutto quello che con essa ha scambiato anche solo un saluto, diventa l’impero male di reaganiana memoria.

Bersani denuncia a gran voce il linguaggio “squadrista” e “fascista” del M5S, sfidandone i rappresentanti politici a ripetergli in faccia i loro francesismi: “morti”, “zombi”, “fantasmi” etc…

Poi arriva il 25 febbraio 2013: la “non vittoria”.  Grillo manda Vito Crimi e Roberta Lombardi a deridere in streaming Bersani, che pur di fare un governo propone lo scouting fra coloro che lo chiamano “morto” un giorno sì e l’altro pure, e che lui stesso accusa di atteggiamento squadrista e fascista.

Il 19 aprile seguente il PD non riesce a mandare Prodi al Quirinale. I bersaniani, maggioritari in parlamento, accusano alcuni renziani di aver fatto mancare i voti a Prodi per indebolire Bersani. In molti però accusano Bersani per l’operazione “caminetto” attraverso la quale, prima di Prodi, sarebbe stato concesso a Berlusconi il nome “non sgradito” di Franco Marini per il Quirinale, quale contropartita per un atteggiamento non ostile nella formazione di un governo di necessità, visto lo stallo creato dalla “non-vittoria”.

Il fallimento totale della linea Bersani costringe il PD ad andare al governo direttamente con Forza Italia, il cui leader indiscusso è sempre Silvio Berlusconi. Bersani lascia la guida del partito al reggente bersaniano Epifani. Forza Italia e PD sostengono un governo politico guidato da Enrico Letta. Stefano Fassina e Renato Brunetta dettano assieme la linea economica. Rosy Bindi e Daniela Santanchè sono compagne di coalizione, così come Roberto Speranza e Maurizio Gasparri. In agosto Berlusconi è condannato in via definitiva. Il governo Letta va avanti.

Alla fine dell’anno Berlusconi decide di staccare la spina al governo Letta. Ma sarà proprio Alfano, oggi additato come temibile destra, ad evitare il salto nel buio al paese. I cosiddetti “alfaniani” escono da Forza Italia e confermano la fiducia a Letta, consentendogli di proseguire.

Il bombardamento mediatico anti governo che segue all’uscita di Forza Italia preoccupa il PD. La paura è quella di essere rimasti col cerino in mano. L’8 dicembre dello stesso anno, le primarie del centrosinistra liquidano i notabili della “Ditta”. Quest’ultimi, dopo due mesi, durante una direzione PD a porte aperte, chiedono a Letta di trarre le conclusioni, ossia di lasciare spazio a Renzi, che di certo non rifiuta.

Tutti sono convinti che l’aver lasciato il cerino in mano a Renzi, distruggerà in poche settimane l’odiato rignanese, mai accettato nonostante la vittoria democratica nelle primarie, subito derubricate da alcuni degli sconfitti a piccola cosetta insignificante.

Ma l’operazione si dimostra meno semplice di quanto sembrava. È in questo momento che si forma quell’asse trasversale che va da Forza Nuova a Sinistra Italiana, passando per Grillo, Salvini, Berlusconi, D’Alema e da ultimo anche Bersani, che si dà quale unico obiettivo la fine di Renzi.

L’asse festeggia compatta il 4 dicembre 2016. Il loro 60% ha fermato il 40% di chi voleva riformare il paese. Renzi si dimette da capo del governo. Intanto il PD subisce diverse sonore sfide elettorali, in primo luogo Roma, dove si insedia la grillina Virginia Raggi. Tutto ciò con soddisfazione di D’Alema e molti altri anti-renziani. Quale colpo di grazia, D’Alema chiama alla scissione, e scissione è stata.

Altre pesanti sconfitte elettorali colpiscono il PD. Il centrodestra torna a vincere. D’Alema e Bersani, dati tra il 2 e il 4%, festeggiano con ancor maggiore energia.

Autunno 2017. Il centrodestra si ricompatta agli ordini di Berlusconi, un’azienda privata di Milano impone un proprio candidato alla guida del paese, a sinistra del PD esiste solo la guerra al PD. Intanto, oltre la palude, Paolo Gentiloni prosegue il lavoro iniziato da Matteo Renzi.

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