Di Maio e il partito del caos

Opinioni

Nel giro di una campagna elettorale Di Maio ha mandato al macero dieci anni di battaglie, idee e diktat indiscutibili del Movimento 5 Stelle

Luigi Di Maio è un fiume in piena. Dice tutto e il contrario di tutto, a seconda dell’interlocutore che si trova davanti. Nel giro di una campagna elettorale, ha mandato al macero dieci anni di battaglie, idee e diktat indiscutibili del Movimento 5 Stelle. Grillo si starà rivoltando nell’altro blog.

Abbandonati velocemente antieuropeismo e referendum sull’euro (per la gioia della cittadina Castelli che così non dovrà decidere cosa votare), cestinato l’odio per le coop che ora sono “impor-tan-tis-si-me”, adesso è il turno di buttare via l’appello al popolo e al cittadino qualunque e soprattutto il no alle alleanze con l’odiata partitocrazia.

Non siamo populisti, dice Di Maio ai finanzieri della city. Esattamente il contrario di quello che rivendicava con orgoglio Beppe Grillo dalle piazze del 2013. Non siamo incompetenti, aggiunge Luigi, facendo fuori in un sol colpo migliaia di cittadini inesperti che da anni sognavano che fosse arrivato il loro turno. Ricordate i cittadini dalla faccia pulita, un po’ nerd un po’ boy scout, che dovevano riappropriarsi delle istituzioni e portare la salvezza a tutti noi? Sono inespertiii, urlava il Grillo dei primordi, non sanno rubareeeeeee. Ebbene oggi il cittadino naif ha lasciato la pentapoltrona ai super-competenti. Nel partito-involucro di Di Maio sono entrati tutti: professoroni ed espertoni, giornalisti e professionisti, nuotatori e imprenditori, dotti, medici e sapienti.

Massimo rispetto per chi, tra l’altro con una laurea, vuole cimentarsi con la politica, ma almeno non vendetecela come “Società Civile”. Dentro all’involucro di Di Maio non c’è praticamente niente, è chiaro che devi guardare fuori.

Ma il massimo della confusione arriva con l’ipotesi di governissimo, sempre ieri a Londra. E giù a dare la colpa al traduttore, che non è in grado di capire la differenza tra “alleanza programmatica sui temi” e “grande coalizione”, tra “apertura a tutte le forze politiche” e “compromesso di governo”. Anche perché la differenza non c’è, diciamo la verità. Luigi si affretta a smentire, ma la sostanza rimane, la disponibilità a collaborare con tutte le forze politiche su specifici programmi. Appunto, una grande coalizione, quello che nei Vaffa-show era il grande inciucione tra PDL e PDmenoL. Tanto schifato e vomitato, che i cittadini-onorevoli piombati per la prima volta da Marte in Parlamento non volevano nemmeno dare la mano ai quei puzzoni della partitocrazia. Ora è cambiato tutto.

Questa sì che è una novità, perché ciò che da sempre tiene alto nei sondaggi il M5S è il fatto di non aver mai governato il paese, la rivendicazione di una verginità politica, ancora non scalfita dalle esperienze fatte nei Comuni. Aprirsi ad alleanze con i partiti tradizionali rischia davvero di essere il cambiamento più radicale di un Movimento nato e cresciuto come anti-partito. E vedremo come il gruppo degli elettori più ortodossi reagirà.

Ma l’interrogativo comunque rimane. Ce la farà Di Maio con il dream team dei super-competenti a cambiare il paese? Più passano i giorni, più diventa difficile stargli dietro. Ma magari siamo noi che non abbiamo capito, e traduciamo anche male.

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