Non ci sono più i divi di una volta

Opinioni
Marilyn_Monroe

Il divo di quasi un secolo fa era davvero un semi-dio, inaccessibile e quasi immortale. Ora tutto è cambiato

Dimentichiamoci l’impassibilità e il turbamento soffuso che Greta Garbo comunicava col suo volto, la torbida androginia della Dietrich, il sofferto cinismo di Humphrey Bogart, il good bad boy di “Casablanca”, l’ingenuo erotismo di Marilyn, la brillantina e le basettone di un scatenato Elvis, il ribellismo autodistruttivo di James Dean. Il passaggio dalle star del cinema muto e dei decenni dorati dell’industria hollywoodiana ai “personaggetti” dei reality e dei talent che saturano oggi il nostro sguardo di tele-spettatori e soprattutto l’immaginario e le aspettative di milioni di adolescenti, ha comportato una generale rivisitazione del che cosa significa subire gli effetti di quel fantasma di celluloide chiamato “grande attore” o “grande attrice”.

In Il divismo (Carocci, pagg. 131, euro 13) il sociologo dello IULM Vanni Codeluppi passa in rassegna con stile didascalico proprio le stagioni di questo processo di fascinazione che comincia con i chiaroscuri alla Lumiere di inizio Novecento e finisce nel chiasso assordante di marionette ignoranti e arroganti rilanciate dal piccolo schermo e dai gruppi social come “modelli” di un qualcosa di pastoso e indefinibile, sicuramente slegato da virtù sceniche, interpretative, etiche e finanche fisiche, ma avvicinabile solo a un pretestuoso presenzialismo che fa il profitto delle tv commerciali e innesca l’invidia imitativa di chi vorrebbe stare al posto loro. Non a caso, proprio nel primo numero dell’omonimo magazine che qualcuno ha ritenuto necessario mandare in edicola per ossequiare e diffondere ancor più il “verbo” della trasmissione defilippiana “Uomini e Donne”, l’“amore” di un tal Andrea e di una tal Giulia viene descritto in ragione dei soldi, ben rendicontati, spesi per pasti, alberghi, trasferte oltreoceano, e se ne mettono in evidenza le storie su Instagram e il seguito dei follower.

Come infatti sottolinea Codeluppi sin dalle prime pagine, il divo di quasi un secolo fa era davvero un semi-dio, inaccessibile e quasi immortale, assiso in un Olimpo delle immagini, e intorno al quale il cosiddetto “studio system” (antesignano dei nostri uffici stampa) creava un alone di mistero, unendo in una perfetta chimera tratti biografici e tipologia del ruolo interpretato nei film: sorta di ectoplasma, potremmo definirlo, nella cui vita privata nessuno si avventurava perché veniva giustamente recintata e rispettata, e dentro la quale lo stesso divo si preoccupava di non fare cose e commettere infrazioni tali da disturbare la sua intangibile essenza.

Nel tempo tutto questo si sarebbe democratizzato e flessibilizzato, attingendo alle retoriche dell’esibizionismo, dell’incompetenza, del guadagno facile, e della rassomiglianza – piuttosto che della incolmabile distanza – fra flusso di vita e flusso della finzione. Con una doppia strategia complementare fra il “famoso” e il cacciatore di popolarità: il primo “vetrinizza” se stesso mettendo in campo anche i ritagli più intimi del proprio privato (altamente vendibili e ben sceneggiati, vedasi il neonato di casa Fedez-Ferragni), al massimo giocando in modo complice col paparazzo che si spinge un po’ troppo oltre; il secondo pretende di sapere sempre di più dal suo mito agognato sfondando le pareti del Sacro che lo avvolgeva un tempo, per creare una comunità rilassata e confortevole inglobata nello Spettacolo, e per sperare un giorno di poterlo sostituire o sorpassare per click, conto in banca e bella vita. Codeluppi non a caso cita gli studi dello statunitense Dell deChant che come livello “primario” nella società contemporanea vede arrivismo e ricchezza materiale, e come secondario e terziario le narrazioni di chi ha ottenuto successo e i prodotti “magici” – mediati dalla pubblicità e dal gossip – che ci permettono di impersonarli per essere sempre più loro sodali, in attesa del passaggio di grado da fan a membri della stessa specie.

Insomma, siamo nella categoria del “pur di” di una infinita platea di utenti-agenti – che ha sostituito la storica idea di “popolo” e di “opinione pubblica” – che non vedono l’ora di mettersi alle spalle l’asprezza della realtà per tuffarsi nelle onde chiare e fresche degli acquari elettronici. Il trenino che fanno gli aspiranti competitor ad “Avanti un altro!” di Bonolis non ne è l’effige più divertente e sinistra? Non si porta più pazienza in fila per farsi servire un filetto dal macellaio o per mettersi sul lettino dell’ambulatorio di un medico, ma per staccare il biglietto della buona sorte, per diventare famosi e supercliccati sui social, e basta poco: una risposta giusta a un quiz, una lotteria in diretta, una bizzarria caratteriale, un tic che incuriosisce, e da morti di fama si passa a capotavola del grande banchetto della riconoscibilità. Una volta smarrite le coordinate di un senso politico, di una memoria collettiva, di un progetto universale dell’umano, siamo entrati nella fase del minimum power, riflesso di un sistema mediatico sempre irritato, sempre stressato, sempre bisognoso di nuovo carburante nella caldaia degli ascolti e dei profitti.

La pretesa di visibilità va a braccetto con la piccola retorica del “talento” un tanto al chilo che vive solo l’emivita di un applauso, senza più nessun elitismo. Come dice la filosofa Nathalie Heinich, siamo arrivati a una “singolarità senza eccellenza”; mentre all’epoca dell’Ancien Regime avveniva il contrario, col sangue blu e l’appartenenza dinastica che garantivano anche la pochezza dei propri atti. Coi media avviene un rovesciamento assiologico completo nella neo-araldica degli idioti.

E non è un caso se il mondo dello star-system comincia ad attirare suggestioni giallo-noir, come se non fosse più solo un incantesimo fiabesco, ma una dimensione fosca legata al potere, ai retroscena, a segreti inconfessabili, dove si incrociano trame e antipatie ai limiti dell’odio. Come nell’ultimo thriller di Franco Matteucci, Giallo di mezzanotte (Newton Compton, pagg. 250, euro 9,90) dove l’ispettore Marzio Santoni detto Lupo Bianco si trova di fronte a orribili misfatti sotto i riflettori della tv. Vittima, guarda caso, una nota conduttrice seguitissima nel suo programma di cucina. La traiettoria dall’infrangibile leggenda di chi inanellava cuori fumando in primo piano avvolto dalla nebbia, ai re e alle regine del tubo catodico adorati sì, ma anche spinti alla bisogna giù per la scarpata della web-indignazione, è ormai al suo massimo compimento.

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