Quando don Lorenzo disse: “Il licenziamento è come la pena di morte”

Opinioni

Un ricordo delle giornate passate ad ascoltare la lezione di don Milani

(…) Ricordo il loro arrivo una sera, dalla stazione centrale. Don Lorenzo era entrato in casa per primo, salendo con l’ascensore – stavamo al quarto piano – caricandovi le valigette e borse di tutti, ma aveva fatto salire loro per le scale; così i dieci ragazzi arrivarono su alla spicciolata con il fiato grosso. Li ricordo tutti intorno al grande tavolo fratino della nostra sala, mentre la mamma ammanniva loro la cena e cercava di farli parlare della loro vita e della “scuola del priore”. Il quale fu poi ospitato per la notte da Elena Brambilla Pirelli, un’altra sua sostenitrice milanese, la cui vita sarebbe stata segnata profondamente dalla sua predicazione.

Nei giorni seguenti, nei quali fui autorizzato ad aggregarmi al gruppo saltando la scuola ordinaria, il pezzo forte del programma fu la visita alla fabbrica della Pirelli Bicocca. Anche per me era la prima volta che entravo in una fabbrica di grandi dimensioni. Fu un giro lungo e impegnativo.

Proprio in quei giorni in fabbrica si discuteva molto del licenziamento di un operaio, che era stato scoperto ad accendere una fiamma in un lavandino o, secondo un’altra versione, a fumare in un bagno; sentii discutere la cosa con grande calore: don Lorenzo chiedeva ai sindacalisti perché non fosse stato proclamato uno sciopero di protesta, loro si schermivano dicendo che effettivamente la cosa era abbastanza grave perché la fabbrica era piena di gomma e qualsiasi fuoco era vietatissimo, per evitare un incendio che avrebbe distrutto tutto in un attimo.

Sulla via del ritorno, nel pulmino che ci riportava a casa, il priore ci diceva: “Per un operaio il licenziamento è come la pena di morte; pensate ai suoi figli, quando lui torna a casa e gli dice che da domani non c’è più da mangiare; dovrebbe essere vietato licenziare, anche per una mancanza grave; puoi dargli una multa, sospenderlo, ma il lavoro non glielo puoi togliere. Mai”.

Quelle parole mi sono risuonate nella testa a lungo; e quando, solo sette anni dopo, vidi emanare la legge sui licenziamenti, che li consentiva soltanto per un motivo giustificato, pensai che a don Milani quel passaggio non sarebbe bastato: lui riteneva che non potesse esistere alcun motivo così grave da giustificare il licenziamento di una persona. Non avrebbe giudicato sufficiente neppure l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, destinato a entrare in vigore qualche anno dopo.

A quell’epoca l’economia era ancora molto statica, le assunzioni erano per tre quarti a tempo indeterminato essendo i vincoli al licenziamento molto ridotti, il dualismo tra stabili e precari era ancora di là da venire, la teoria del conflitto di interessi tra insider e outsider doveva attendere ancora vent’anni prima di vedere le sue prime formulazioni. E l’indennità di disoccupazione era di trenta lire al giorno, per una durata di poche settimane. Il mondo di allora era davvero diversissimo da quello attuale.

Anche in riferimento al contesto di allora, comunque, attribuire a don Milani la teorizzazione di un ordinamento del lavoro che quindici anni dopo sarebbe stato classificato come un regime di job property, sarebbe come oggi attribuire a Papa Francesco la teorizzazione di un regime economico-sociale di tipo comunista. La predicazione di don Milani, come quella di Papa Francesco, non si colloca sul piano della politica economica, ma su quello dell’etica sociale; ed è su questo piano che essa conserva tutta la propria attualità.

Uno di quei giorni la mamma diede a don Lorenzo da leggere un mio tema, non mi ricordo su quale argomento, ma sicuramente scritto secondo i dettami che mi venivano quotidianamente impartiti: dunque cercando di aumentare il colorito della scrittura con gran sfoggio di aggettivi e avverbi. Dopo averlo letto, lui mi disse: “Scrivi bene, ma usi troppi aggettivi; gli aggettivi sono come il belletto che usano le donne per sembrare più belle; se vieni a Barbiana ti insegno a scrivere acqua e sapone, andando al cuore delle cose, senza belletto”.

Quella sua critica mi rimase impressa, sia perché mi era stata rivolta davanti ad alcuni dei suoi allievi, dei quali in quel momento invidiai segretamente ancora di più il privilegio di essere tali; sia perché mi resi improvvisamente conto di quanto frivolo fosse quel mio modo di scrivere, mirato innanzitutto a fare sfoggio della mia padronanza della lingua invece che a dire le cose in modo chiaro e incisivo, mirato a fare la ruota con le parole come il pavone invece che a mettere le parole al servizio delle cose da dire, cioè andare direttamente al cuore delle cose stesse.

Un giorno, nella primavera del ’62, eravamo tutti – lui, i miei genitori, le mie sorelle e io – nel bel soggiorno della nostra casa milanese di via Giotto; e lui, a bruciapelo, mi disse, facendo un gesto circolare per indicare tutto quel benessere: “Per tutto questo non sei ancora in colpa; ma dai ventun anni, se non restituisci tutto, incomincia a essere peccato” (i ventun anni allora erano la soglia della maggiore età). (…)

 

(Scritto in occasione del convegno che si è svolto a Roma il 6 aprile 2017)

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