È la fine del Partito socialista francese

Opinioni

Ad Hamon il 6-7%, i socialisti perdono sia a destra che a sinistra

Una notte buia sul partito socialista francese, la più buia. Con il suo Benoit Hamon che brancola fra il 6 e il 7% – quinto! – si può dire che per il partito di Mitterrand, Rocard, Mauroy, Strauss Kahn,Jospin, Ségolène Royal, Hollande è proprio finita.

Hamon stasera ha il volto della disfatta e subito ha dato indicazione per votare Emmanuel Macron, l‘uomo nuovo che quel partito socialista aveva abbandonato per cercare nuove strade.

Il fatto è clamoroso. Epocale. Perché il binomio Francia-socialismo è incastonato nella storia di quel paese da 150 anni: senza contare che fu la Grande Rivoluzione del 1789 a incubare valori e modelli organizzativi che poi alimentarono il fiume socialista.

Il mito del 1789, con le sue durezze ma anche il suo coté “romantico” e umanitario, irrobustito dalla grande predicazione intellettuale e letteraria dell’Ottocento, è stato per generazioni di socialisti francesi il faro ideologico e morale cui rivolgere l’animo e lo sguardo. Un faro potentissimo in grado di squarciare il buio di due guerre mondiali.

Il socialismo era “l’unica strada possibile” (Simone de Beauvoir) per una generazione che veniva fuori prima dalla catastrofe della corrotta Terza Repubblica – quella sbeffeggiata da un Marcel Proust  dégôuté dalla politica – e poi ancora dopo il nazismo, su su fino al Maggio del ’68.

Ora, poiché in Francia tutto può crollare tranne che i valori della Rivoluzione, è semplicemente sbalorditivo che il suo prediletto “nipotino” – il partito socialista appunto – stia scomparendo dal cielo della politica francese. Siamo dinanzi cioè a qualcosa di molto più sconvolgente, per dire, della fine del Pci in Italia: che era anch’esso ben radicato nella storia novecentesca ma molto meno del Ps che affonda, come detto, le sue radici ideologiche addirittura nel Settecento.

Fa impressione, questo fatto, se si pensa che solo 30 anni fa si era in pieno mitterrandismo, e che appena cinque anni fa un socialista entrava all’Eliseo. Quel Francoise Hollande che passerà alla storia come l’uomo che ha seppellito il socialismo francese, ruolo titanico per un uomo tutto sommato mediocre (ma questo nella storia succede spesso).

Tutta colpa di Hollande, dunque? Assolutamente no. Lui è solo l’esecutore testamentario di quella storia. La colpa principale è tutta del vecchio gruppo dirigente mitterrandiano e post-mitterrandiano che non seppe, anzi non volle, operare quel profondo rinnovamento ideologico e programmatico che era necessario già negli anni Novanta: un ritardo clamoroso che portò, non a caso, alla estromissione di Lionel Jospin dal secondo turno alle presidenziali del 2002.

La vittoria di Hollande di dieci anni dopo non fu la vittoria dei socialisti ma soprattutto la disfatta di Nicolas Sarkozy e del suo sistema di potere. Il nuovo astro nascente, l’ambizioso Manuel Valls, non aveva dietro di sé un partito con idee e programmi nuovi, tanto meno un gruppo dirigente all’altezza dei problemi della Francia divenuta in questi anni la grande malata d’Europa. Sotto l’aspetto morale prima ancora che economico. Nel disorientamento generale, alle recenti primarie i militanti hanno istintivamente guardato alla sinistra del partito, a quel Benoit Hamon  stracciato non solo da Macron ma anche da chi è più a sinistra di lui, Mélenchon.

Proprio il fatto che il Ps perda contemporaneamente sia a destra che a sinistra è la riprova più evidente che non siamo davanti a una crisi, per quanto grave, ma dinanzi all’esaurimento storico di quel partito. La stessa cosa avvenne alla vecchia Sfio, ormai logorata e isolata, tanto che nel 1971 Mitterrand – fu il suo capolavoro – raccolse a Epinay tutte le forze disponibili alla nascita di un nuovo partito, quel Parti socialiste che un decennio più tardi portò il suo leader storico all’Eliseo e dopo a una grande vittoria alle elezioni politiche. Un partito forte, radicato, plurale, con una linea chiara (l’unità della sinistra), un grande gruppo dirigente (seppur litigioso), una lunga storia alle spalle, buona capacità di governo e un grande leader. Di tutte queste condizioni, il Ps di questi anni non ne ha avuto nemmeno una.

Se il partito socialista francese avesse avuto la lungimiranza e l’umiltà dei riformisti italiani, di superare cioè le vecchie divisioni e i vecchi schemi per unire i filoni riformisti della storia del Paese per dare vita a un Partito democratico francese, forse sarebbe stato in grado di affrontare le terribili nuove sfide che oggi sta perdendo alla grande. Forse avrebbe potuto costruire un grande rassemblement riformista, da Valls a Macron. Forse, chissà.

Di certo, quello che rimane del socialismo francese è una lunga e grande storia fatta di lotte operaie, antifascismo, Fronte popolare, cultura, movimenti di massa giovanili fino al governo degli anni Ottanta. La place de la Bastille quest’anno resterà vuota. Dovesse vincere Emmanuel Macron, non è lì, dove tutto cominciò, che andrà a festeggiare. Andrà altrove – dove non si sa – ed è da quel luogo ancora sconosciuto, si spera, che ricomincerà a battere il cuore progressista di Francia.

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