E se il governo Mattarella-Gentiloni fosse un rischio?

Opinioni

Se il buongiorno si vede dal mattino, potrebbe non essere una buona giornata

In questi primi giorni di Terza Repubblica il tema dominante è la data delle elezioni; nel giorno in cui il nuovo esecutivo presieduto da Paolo Gentiloni riceve la fiducia della Camera, l’argomento più dibattuto è la durata del governo; dopo sei mesi di campagna elettorale appena conclusa, il clima prevalente è quello di una campagna elettorale appena iniziata. Insomma, ce n’è abbastanza per parlare di disastro.

Cominciamo dalla domanda fondamentale: perché è nato il governo Gentiloni e a che cosa serve? Politici di opposizione e osservatori più o meno neutrali sostengono all’unisono, con toni e argomenti diversi, che questo è il governo Renzi senza Renzi: fotocopia, avatar, prestanome, segnaposto – la fantasia linguistica si spreca, ma la sostanza è una sola.

A ben vedere, però, questo non è il governo di Renzi: è il governo del Quirinale, proprio come lo fu – in un contesto senz’altro diverso – il governo Monti nel 2011. E’ cioè un governo nato su forte impulso del presidente della Repubblica per preparare le elezioni in un clima che si vorrebbe più sereno, più ordinato, più regolato. E’, nelle intenzioni di chi l’ha promosso, un governo di decantazione, di tregua, di distensione e di disarmo. Ed è in questo ritrovato clima di collaborazione che, sempre secondo il Quirinale, dovrebbe nascere una nuova legge elettorale condivisa.

Ma se così stanno le cose, la domanda da farsi è un’altra: Gentiloni è arrivato a palazzo Chigi per preparare le elezioni, o per rinviarle il più a lungo possibile? Oggi a Montecitorio quasi nessuno scommetteva sulle elezioni entro giugno, e molti scartavano anche il voto in ottobre.

Il neopresidente del Consiglio, del resto, non ha fatto nulla che potesse smentire questa previsione: il suo governo, ha detto stamattina, “intende concentrare tutte le sue energie sulle sfide dell’Italia e che attendono gli italiani”. E via con un dettagliato elenco delle cose da fare: l’emergenza terremoto e lo sviluppo del “programma a lungo termine chiamato Casa Italia”, la presidenza del G7 e l’ingresso dell’Italia nel Consiglio di sicurezza dell’Onu, la trattativa con l’Unione europea su flessibilità e migranti e la revisione degli accordi di Dublino, la ripresa economica che va “accompagnata e rafforzata” e il Mezzogiorno con tanto di “ministero esplicitamente dedicato”… Insomma, per citare ancora il premier, “avremo un’agenda di lavoro molto fitta”.

Quanto alla durata, “lascio il dibattito alla dialettica tra le forze politiche” perché, come dice la Costituzione, “un governo dura fin quando ha la fiducia del Parlamento”. E il Parlamento, aggiungiamo noi, non si può sciogliere finché non c’è una nuova legge elettorale. Che però, attenzione, il nuovo governo si rifiuta di promuovere: “Tocca al Parlamento – ha spiegato Gentiloni – l’iniziativa in materia di legge elettorale. Il governo non sarà attore protagonista: spetta a voi la responsabilità di promuovere e provare intese efficaci”.

Sul piano formale, Gentiloni (e Mattarella) hanno tutte le ragioni del mondo: la legge elettorale va discussa e approvata dalle Camere e il governo di norma si limita ad “accompagnarne” il percorso. Ma oggi non siamo affatto nell’ordinaria amministrazione, e le elezioni anticipate non sono una richiesta più o meno capricciosa, più o meno “avventurista”: votare al più presto è l’unica cosa sensata che una classe politica minacciata dalla crescente ondata populista può fare per provare a salvarsi la pelle.

La strada scelta dal governo Mattarella-Gentiloni, a giudicare almeno dai primissimi passi, sembra invece un’altra: business as usual, calma e gesso, e un ampio dibattito tra le forze politiche per trovare un accordo che già sappiamo non esserci. Già, perché il Movimento 5 Stelle e la Lega, dopo aver rifiutato di entrare in qualsiasi maggioranza, hanno già scelto l’Aventino e neppure si siederanno ad un tavolo comune sulla legge elettorale. Resta Berlusconi, la cui affidabilità in materia di accordi bipartisan è ben nota dai tempi della Bicamerale di D’Alema: troppo poco, dunque, per parlare di riforma elettorale condivisa, ma abbastanza per prolungare i tempi della legislatura. Se il buongiorno si vede dal mattino, potrebbe non essere una buona giornata.

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