Educare il popolo è il miglior antidoto contro la post-verità

Opinioni
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Il problema non è dare o togliere voce agli imbecilli, ma educarli, renderli inoffensivi, responsabilizzarli

La prima cosa a cui si abituarono fu il ritmo del lento passaggio dall’alba al rapido crepuscolo. Accettavano i piaceri del mattino, il bel sole, il palpito del mare, l’aria dolce, come il tempo adatto per giocare, un tempo in cui la vita era così piena che si poteva fare a meno della speranza.

L’idea che condusse Golding a scrivere Il Signore delle mosche fu un esperimento reale condotto quando insegnava. Divise i ragazzi delle classi di quarta elementare in due gruppi che, sotto la supervisione dell’insegnante, dovevano dibattere su vari argomenti, e la cosa andava piuttosto bene, aveva fornito delle regole d’ingaggio e dibattimento, era contento della classe e di come stava andando. Un giorno il prof. Golding decise di abbandonare l’aula e lasciare i ragazzi, in realtà bambini nel pieno dell’innocenza, in totale libertà, ma dovette rientrare dopo poco per impedire che la situazione degenerasse pesantemente, erano già quasi arrivati alle mani. O mutos deloi oti. Cosa insegna? Che la speranza sono le regole? O il controllo? O la certezza di una sanzione se si sbaglia, poiché, come dicevano i maestri del diritto, sine pena nulla lex? O la definizione dello sbaglio?

Ricevendo la laurea honoris causa in Comunicazione all’Università di Torino, Umberto Eco, scomparso in quest’anno di perdite eccellenti il 20 febbraio 2016 all’età di 84 anni, regala al mondo la sua celeberrima critica feroce dei social network (“diritto di parola a legioni di imbecilli”).

Dicembre 2016, in un’intervista al settimanale belga Tertio, papa Francesco usa toni parimente duri, riferendole ai media, ma potremmo estenderle a chiunque. “Disinformare, calunniare gli avversari politici, sporcare la gente, è "peccato", i media devono essere “limpidi e trasparenti” e non devono “cadere nella malattia della coprofilia. La disinformazione – spiega il Papa nell’intervista – è probabilmente il danno più grande che può fare un mezzo, perché orienta l’opinione in una direzione, tralasciando l’altra parte della verità”. Invece, prosegue Bergoglio, i media, ma non solo loro, aggiungerei, devono “essere molto limpidi, molto trasparenti, e non cadere nella malattia della coprofilia, che è voler sempre comunicare lo scandalo, comunicare le cose brutte, anche se siano verità. E siccome la gente ha la tendenza alla malattia della coprofagia, si può fare molto danno”.

I media, dunque non solo la rete, per Francesco, “possono essere tentati di calunnia, e quindi essere usati per calunniare, per sporcare la gente, questo soprattutto nel mondo della politica.” Dalla coprofilia alla coprofagia. 2016. “Post verità”, ossia quando la verità è una variabile indipendente.

Il referendum britannico sulla Brexit e la vittoria di Donald Trump alle presidenziali Usa fanno inserire il termine “post-truth”, appunto, in italiano “post-verità”, nel prestigioso Oxford Dictionary, che la dichiara parola dell’anno. Post Truth: espressione che descrive l’atteggiamento non solo e non tanto di chi dice il falso, ma di chi considera alla stregua di un optional la differenza tra ciò che è vero e ciò che non lo è: spacciando indifferentemente argomenti sensati o meno – senza darsi pena di consentire una verifica – a seconda dei propri fini e dei propri interessi del momento, basterebbe chiamarle menzogne. 2016, Germania.

In questi giorni, la coalizione di governo sta pensando a introdurre una nuova legge che prevede multe fino a 500.000 euro alle aziende che, operando nel settore dei social media, dopo una segnalazione non provvedano prontamente a rimuovere una notizia falsa entro 24 ore. Le preoccupazioni starebbero nascendo a causa dell’approssimarsi delle elezioni e dal timore che le notizie false possano influenzare il voto come secondo alcuni sarebbe già accaduto negli Stati Uniti o per la Brexit. 2016, Unione Europea.

Il presidente del parlamento europeo Martin Schulz ha sollecitato lo sviluppo di leggi a livello europeo per meglio affrontare il problema. Dicembre 2016, Italia. Il ministro Andrea Orlando rilascia sull’argomento un’intervista al Foglio sull’argomento, l’intervista diventa virale proprio sul web, pubblicata sul suo profilo facebook viene letta, discussa e condivisa da migliaia di persone, ha colto nel segno.

Ma il segno qual è? Approfondisce e rilancia, la netiquette coinvolge temi profondi e grandi: i gradi di separazione che si sono annullati, i corpi intermedi che sono in crisi, se la responsabilità del vero e del falso come optional, agitare come la glicerina, il mix è esplosivo e ad esplodere è la democrazia. E’ necessario introdurre delle regole, delle sanzioni per le grandi aziende del web, che ormai, come ha ammesso lo stesso Zuckenberg, agiscono come media company, quando non rimuovono notizie false? Temi complessi, a chi interessa approfondire il rapporto tra società, singolo e grandi colossi del web, consiglio un bel libro di Franco Introini, Comunicazione come partecipazione.

Tecnologia, rete e mutamento socio-politico, che molte cose le metteva insieme già nel 2007, senza averne ancora sperimentate le conseguenze cui abbiamo assistito nel corso di questo anno di eventi non tanto imprevedibili, se si fosse letto di più e bene, introducendo i concetti di autoregolazione gli albori dello “scetticismo sistematico” come codice. Ditemi se non ci siamo in pieno, nello scetticismo sistematico e nel suo uso strumentale. Internet è o non è luogo di apertura e libertà? Oppure sono galassie che possono essere strumentalizzate, condotte e a poco serve la speranza dell’autoregolamentazione o della trasparenza poiché la notizia falsa, abilmente veicolata e resa virale, non viene contrastata efficacemente dagli anticorpi dell’autoregolamentazione?

Uscire dall’astratto al concreto: basta dare la sanzione alla media company? La responsabilità sarebbe nel mezzo? O il mezzo ha la sola funzione di identificare le responsabilità? La responsabilità, come la libertà, si  declina al singolare, diceva la Arendt. Ci vuole la sanzione al mezzo, alla media company, ma non è tutto, ci vogliono le regole e vanno ridefinite le responsabilità penali dei singoli. Ritengo anche che il tema agitato della “censura come limitazione della libertà” sia un falso problema. Vanno ridefiniti senso e azione dei corpi intermedi, perché non esiste “la mia ragione”, il mio interesse legittimo, che contratto direttamente e in in verticale, bensì, per stare insieme necessita il luogo di mediazione delle ragioni, degli interessi legittimi, che spesso sono contrapposti.

Tra i copri intermedi inserirei non solo partiti e sindacati ma anche la borghesia e la crisi del suo ruolo sociale. Ribadiamo un lessico essenziale, prima che rimaniamo impigliati nel troppo complesso? La libertà personale termina laddove inizia la libertà altrui, elementare Watson eppure ce lo siam dimenticati. Libertà e libero arbitrio son cose diverse. Menzogna, diffamazione, calunnia, razzismo, sessismo sono reati e, in quanto tali, perseguibili. Di più: tornare a educare chi cresce, non servono parole nuove per peccati antichi. Che poi li si chiami “incitamento d’odio” poco cambia. Non può essere solo Facebook a combatterlo, ”il responsabile”, il problema non è dare o togliere voce agli imbecilli, ma educarli, renderli inoffensivi, responsabilizzarli, sennò sarebbe un’eterogenesi dei fini che non va alla radice del problema, che è sociale e individuale al tempo stesso.

Chi sottovaluta, ignora, equivoca non assicura nessuna libertà, semplicemente fa un danno alla legge e al vivere sociale. Lascia sola la classe, lascia aperti e assoluti i cancelli delle ragioni senza mediazioni. Sia che si calunni nel “mondo reale” sia che lo si faccia nel “mondo virtuale”, nulla cambia. Come ci insegna Goblin, non esiste il tempo in cui la vita è così piena da poter fare a meno della speranza, come non esiste un mondo senza regole, che vanno rispettate e fatte rispettare, fuori e a maggior ragione dentro il web. Non esiste l’innocenza, lo spontaneismo del web come antidoto ad elites che hanno tradito, perché chi strumentalizza le emozioni tradisce ancor di più.

E questo sono campagne di opinioni false virali. Non son discorsi leggeri, in gioco, come ha ben detto Orlando, c’è la democrazia. Evoco un confronto, non so come e non so dove, che conduca a un sistema di regole organiche che riguardino sia i media, che le media company, che i singoli e, insieme alle regole, controlli (autocontrolli?) e sanzioni.

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