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Dietro le promesse che i populisti non potranno rispettare c’è la nostra rinascita

La spiegazione più sentita in questo periodo della vittoria del M5S e della Lega si basa sulle loro proposte economiche: reddito di cittadinanza e flat tax. Però non basta. In tutta sincerità credo che il motivo del successo di questi due partiti sia più profondo (e magari non in contraddizione con le proposte economiche che di queste ragioni profonde sono l’immagine concreta).

Da anni ormai parliamo di globalizzazione. Buona o cattiva che la consideriate, un aspetto è innegabilmente legato a tal fenomeno: la politica ha perso molto potere. Mentre gli operatori economici si muovono su un piano globale, le istituzioni politiche in grossa parte continuano a giocare su un piano nazionale. La perdita di potere della politica si traduce velocemente nella perdita di potere del cittadino: se il politico non può agire, il voto del cittadino va “sprecato”.

Cosa propongono di base i populisti di vario genere?

“Bring back the power from Washington to you, the people” (“portare il potere da Washington al popolo”): sono le parole con cui Trump si è insediato alla Casa Bianca dopo una campagna elettorale basata sul ritorno al protezionismo e al controllo delle frontiere. L’idea cardine dei leader sovranisti è far credere ai cittadini che loro tramite potranno tornare a scegliere il loro destino (la frase è un po’ altisonante ma il concetto è quello: dar l’idea che dopo tanti anni il tuo voto può tornare a contare grazie a me). E così si spiegano il No alla globalizzazione (vuoi come dazi proposti da Salvini, vuoi come stop ai trattati internazionali del M5S), il No all’Euro, l’idea di “riprendere il controllo delle frontiere” e, il sogno della democrazia diretta (monopolio del Movimento di Grillo: tramite il web, si può far sì che ogni cittadino “si metta l’elmetto” e si rappresenti da sé).

Quindi ora che succede?

Ora succede che questi partiti non potranno rispettare le promesse: oltre gli slogan, “controllare le frontiere” in un paese aperto sul mare non vuol dire nulla, imporre dazi è molto pericoloso per un paese con un surplus commerciale di 50 miliardi, la democrazia diretta è probabilmente ancora sovrastimata (il principale indice di pericolo è la bassa affluenza media ai referendum, unica espressione nel nostro sistema della democrazia diretta; ma ancora più importante: così come non ha potere il politico, così non ha potere il cittadino che del politico prende il posto nell’utopia pentastellata) eccetera.

Il ruolo dell’Unione Europea

Dopo il 4 marzo il PD non può a mio parere far altro che continuare a indicare l’Europa come via maestra (“il futuro si chiama Stati Uniti d’Europa” dicevamo in campagna elettorale): la soluzione alla crisi democratica non la offrono i dazi ma solo una grande istituzione politica in cui i cittadini sanno chi eleggono (ad esempio con l’elezione diretta del Presidente dalla Commissione) e in cui sentano l’Ue vicina nel momento di difficoltà (ad esempio con un sussidio di disoccupazione europeo). Oggi è un’utopia, ma dopo una sconfitta come quella del 4 marzo non si può ripartire dall’ “oggi” concreto e subito altrimenti non si va da nessuna parte: abbiamo bisogno di un sogno e questo sogno oggi può essere davvero salvare la democrazia grazie a un’Europa finalmente realizzata.

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