Fascismo e razzismo, anche noi abbiamo abbassato la guardia

Opinioni

Non è venuto meno il compito di impedire la propaganda fascista

L’estate sta finendo, ma non diminuisce la percezione dell’arroganza, della violenza, e della frequenza con cui vari gruppi neofascisti hanno voluto segnare in Italia un punto di svolta della loro presenza.

Dalla nomina nella nuova giunta di centrodestra a Monza dell’assessore allo sport Andrea Arbizzoni eletto con Fd’I ma proveniente da Lealtà e Azione, una delle sigle più conosciute del neofascismo, all’ormai celebre spiaggia del Lido di Chioggia, luogo cult per la nostalgia fascista, all’altrettanto celebre adunata con saluto romano presso il campo X del cimitero maggiore di Milano, all’irruzione di Casa Pound nella sala del Consiglio Comunale di Milano, alle minacce al parroco di Pistoia, Don Biancalani, fino allo sventolamento della bandiera della RSI da parte di un’insegnante presso il cippo che ricorda il terribile eccidio di Vinca, dove nel 1944, 173 civili innocenti furono trucidati dalle truppe tedesche. Senza voler dimenticare aggressioni varie e atti di intimidazione violenta.

Che succede? Qual è la consistenza del fenomeno che stiamo osservando? Cosa dobbiamo fare? Suggerisco un ragionamento che si compone di tre aspetti.

Primo. 9 anni di crisi economico/sociale dura e profonda, hanno determinato in tutta Europa, e anche negli Stati Uniti, un aumento significativo del numero di persone colpite da impoverimento, marginalizzazione e fragilità sociale. A questo si è aggiunto il fenomeno epocale dell’immigrazione con tutte le sue drammatiche componenti.

Per moltissimi, in questo contesto, la politica nel suo insieme, le istituzioni, la parte medio alta della società, le forme tradizionali di rappresentanza, i mezzi di comunicazione, sono diventate o sono sempre state, una parte distante, lontana, quando non avversa. Per moltissimi la polarizzazione nella politica non è più destra vs. sinistra, ma alto vs. basso. L’estrema destra in tutt’Europa, interpreta questo sentimento, ricolloca in questo frangente parole d’ordine storiche della destra fascista: Casa, Patria, Famiglia, Identità, quando non addirittura razza. L’estrema destra frequenta e si radica nei luoghi di questo disagio, nelle periferie fisiche e sociali delle nostre comunità, dove cresce la rabbia dei senza casa, dei senza lavoro e contro lo straniero. Dove noi abbiamo perso radicamento e presenza.

Secondo. La crisi di diversi partiti tradizionali della sinistra europea, e le condizioni economiche, hanno favorito la normalizzazione governativa di partiti della destra antisistema, come Le Pen in Francia, o la destra austriaca, o la singolare vicenda di Farange in Gran Bretagna. Tutto ciò ha consentito uno sdoganamento dei gruppi, dei partiti, del linguaggio e delle azioni di chi sta alla destra della destra parlamentare. Viene sdoganata la revisione storica. Basti pensare al tentativo della Le Pen, di assolvere la Francia dalle sue responsabilità nella deportazione degli ebrei. Viene sdoganato il razzismo, basti pensare a Farange, o al partito per la Libertà di Wilder in Olanda, o ancora al ruolo palesemente antisemita di Björn Höcke nel partito della destra tedesca di AFD in Germania, per non parlare di Alba Dorata in Grecia. Da noi basti pensare al recente manifesto fascista e razzista pubblicato da Forza Nuova sul terribile stupro di Rimini.

Terzo. Noi abbiamo alzato molto negli anni la tolleranza verso qualsiasi espressione di propaganda ed apologia, male interpretando, secondo me, il concetto di libertà nel sistema democratico. E’ assolutamente sacrosanto difendere la libera espressione del proprio pensiero, nel nostro sistema, come straordinariamente sintetizzato nell’art. 21 della Costituzione, ma è diverso consentire che sia libera la propaganda di quelle idee che nascono per uccidere la libertà. Un conto è l’opinione personale, un conto la propaganda.

A questa condizione pensavano i costituenti quando indicavano il divieto di riorganizzazione del disciolto partito fascista, a questo pensava il Ministro Scelba quando nel 1952 disponeva che, in attuazione di quella disposizione, venisse punita l’apologia di fascismo e la sua propaganda, e a questo pensava il legislatore quando nel 1993 approvava la cosiddetta Legge Mancino, che allargava il campo dei divieti di propaganda, alle idee fondate sulla superiorità razziale o etnica e vietava l’istigazione alla discriminazione.

Da molti anni però, diverse sentenze hanno, sistematicamente collegato i reati previsti dalla Scelba, cioè direttamente riconducibili all’ideologia fascista, al reale riscontro di una volontà di ricostituzione del partito fascista, e in quei casi, in moltissimi casi, l’assoluzione ha suggellato lo sdoganamento di qualsiasi comportamento purché disgiunto da un manifesta volontà di ricostituzione del Pnf.

Oggi a 65 anni dalla Legge Scelba, a me non sembra affatto scolorito il compito di impedire la propaganda e l’apologia di quel regime fascista che portò all’Italia, disonore, morti, violenza, sopraffazione. A prescindere che qualcuno voglia o meno ricostituire il partito fascista.

Si tratta di rafforzare la libertà di ognuno, non di limitarla. Si tratta di impedire che in un contesto sociale fragile e carico di rabbia, antichi cattivi maestri riemergano dalla storia della loro sconfitta, con il loro carico di valori, razzisti, discriminatori, antisemiti e violenti.

La Storia ha già emesso le proprie sentenze, su chi ha difeso la libertà e su chi la odiava: non torneremo indietro.

 

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