Di ritorno dalla Cina, un Paese che lotta contro il suo passato

Opinioni

La visita si ripete ogni anno, ma mai come questo ha assunto rilievo e solennità nel quadro del “Forum di dialogo di alto livello tra il PCC e i partiti del mondo”

Si è conclusa la nostra visita in Cina: dodici giovani selezionati dal Partito democratico e invitati dal Partito Comunista Cinese (PCC) allo scopo di mostrare la forza e le energie dello sviluppo del gigante asiatico e vincere, nei possibili dirigenti politici progressisti di domani, i pregiudizi nei confronti di un Paese che ha sempre di più l’ambizione di ergersi a grande potenza globale.

In alcune aree della Cina, come a Shanghai, i risultati dello sviluppo sono una realtà palpabile, a volte con tratti inquietanti. 24,3 milioni di abitanti su una superficie di 6340 km2.

Una città che offre centri culturali e ricreativi per servire quartieri di più di 100mila abitanti ciascuno. Un centro finanziario con torri alte 632 metri. 14 linee della metropolitana costruite in vent’anni per trasportare 9 milioni di persone al giorno. Centri industriali che includono la progettazione e la produzione di aerei, con tre modelli destinati a servire tutti e cinque i continenti. Due aeroporti internazionali per più di 400 milioni di passeggeri all’anno. Un nuovo porto in acque profonde, Yangshan, su un’isola artificiale lunga 8 km e collegato alla terraferma con un ponte di 32,5 km, eretto sul mare in tre anni per farvi passare circa 30 milioni di tonnellate di merci ogni anno.

Questi i numeri della città simbolo della nuova alba cinese, per il ritrovato orgoglio di una civiltà di 7000 anni, capace di fare impallidire anche Roma e Atene. Una soddisfazione a cui i dirigenti del PCC non intendono rinunciare. Ecco che la provincia dello Shanxi, cuore geografico ed archeologico della Cina di ieri, oggi tesoro di risorse naturali, in particolare per l’estrazione di carbone e di metano, è destinato a trasformarsi in pochi anni in un gigantesco centro turistico. Poco importa lo skyline fatto ancora di grigi grattacieli, stradoni e ciminiere dell’industria mineraria, i governi centrali e locali hanno già programmato, e in parte realizzato, la costruzione di musei e la ricostruzione lampo dei tempi e cittadelle dell’antichità, per valorizzare così i tanti beni e reperti artistici e culturali che includono le magnifiche Grotte di Yungang, già patrimonio mondiale dell’Unesco.

Non vi sono sfide davvero impossibili in questo grande Paese che ha voglia di dimenticare per sempre la Rivoluzione culturale di Mao Tse-tung e dove sono quasi 16 milioni i cinesi che escono ogni anno dalla povertà, uno ogni 3 secondi. Sviluppo, crescita e modernità contro miseria e arretratezza. È la formula che ci viene ripetuta in tutti gli incontri politici, a partire dal “Forum di dialogo di alto livello tra il PCC e i partiti del mondo” a cui abbiamo partecipato a Pechino, insieme a 400 leader di partiti e organizzazioni politiche provenienti da oltre 120 Paesi. Un’occasione creata ad arte dal PCC per gridare al mondo i risultati del suo XIX Congresso con le nuove ricette per la Cina e per il mondo: progressiva e costante apertura sul piano economico, difesa del commercio internazionale e del multilateralismo per la soluzione delle crisi globali, svolta ambientalista sul piano industriale per assicurare uno sviluppo sostenibile.

Sono messaggi da accogliere positivamente, perché sappiamo che l’alternativa all’apertura e alla cooperazione sono i conflitti e un mondo effettivamente più povero e meno sicuro. Senza ignorare, però, che l’irrompere in scena di nuovi player globali comporta, insieme alle opportunità, anche sfide e responsabilità per il vecchio e per i nuovi mondi. Sfide che possono fare paura e che dobbiamo evitare finiscano per alimentare, a casa nostra, il riemergere di egoismi nazionali e delle forze sovraniste, con l’effetto perverso di indebolire l’Unione europea come unica entità politica ed economica in grado di tenere testa alle potenze emergenti. Responsabilità che impongono a queste potenze di considerare che lo sviluppo economico non è mai sinonimo di progresso e non è mai veramente sostenibile, se non è accompagnato da reali passi in avanti sui temi della democrazia e dello stato di diritto.

Questi rimangono in Cina un orizzonte troppo lontano. Il Congresso del PCC li ha infatti relegati tra quelli da raggiungere entro il 2050, subordinandoli ancora una volta alla crescita economica e alla modernizzazione riconosciuti invece come obiettivi da consolidare rispettivamente entro il 2020 e il 2035.

Tornati a casa, troviamo l’Italia e il Pd al via di una dura campagna elettorale per la quale siamo determinati a trasmettere lo stesso livello di energie per il presente e di fiducia per il futuro che abbiamo raccolto in Cina. Difendiamo, pertanto, il valore di una sempre più intensa cooperazione, anche tra i partiti politici internazionali, curando però di rassicurare i nostri cittadini circa una più equa distribuzione dei benefici e una più efficace protezione dai rischi della globalizzazione.

Se ci riusciremo, continueremo a garantire e a guidare i grandi processi globali. Con l’orgoglio e la solidità della nostra democrazia e del nostro stato di diritto che rimangono un orizzonte con cui molti dei nostri partner devono ancora fare i conti. E con il nostro patrimonio di cultura giuridica e politica che richiama lo spazio inviolabile di libertà e diritti che spetta a ciascun individuo. Uno spazio irrinunciabile, nel quale ci muoviamo in Europa per creare non soltanto sviluppo, ma anche bellezza.

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