Gli europeisti rialzano la testa

Opinioni

Il “vento” identitario, spesso sciovinista e razzista, trova delle barriere che fanno argine

L’Europa deve cambiar verso. La deriva sovranista non è inarrestabile. E tante “brexit” non sono iscritte nel nostro destino. I populisti, nelle loro diverse versioni nazionali, non hanno già ipotecato il futuro politico del Vecchio Continente. La narrazione corrente, nell’era della post-verità, tende a mettere tra parentesi, se non a cancellare, i fatti, soprattutto quando questi fatti vanno in una direzione opposta a quella narrata o sperata. Sia chiaro: il vento sovranista spira ancora in Europa, soprattutto ad Est e a Nord, ma la novità è che questo “vento” identitario, spesso sciovinista e razzista, trova delle barriere che fanno argine. In Serbia, ad esempio. L’elezione alla Presidenza di Aleksandar Vucic (55,13% dei voti, vittoria al primo turno) ha una valenza che supera i confini nazionali. E lo ha, in primo luogo, per ciò che nella storia contemporanea dell’Europa hanno significato i Balcani in fiamme, la dissoluzione della ex Jugoslavia segnata dall’arroccamento identitario, ultranazionalista, che porta con sé gli orrori delle guerre balcaniche, la pulizia etnica, le fosse comuni.

Il neo presidente serbo è figlio di questa storia. Lo è come parte di quel popolo, e lo è personalmente, per essere stato un ex ultranazionalista e ministro dell’Informazione di Slobodan Milosevic. Da quel passato l’ex premier serbo si è smarcato da tempo, approdando sulla sponda di un forte europeismo. Non è poca cosa. Non lo è soprattutto per Italia e Germania, i due maggiori partner commerciali della Serbia. E non lo è perché la conversione europeista dell’ex ministro di Milosevic non segnala un improvviso innamoramento verso l’Unione, ma questa conversione è fondata su un più solido e pragmatico principio di realtà, quello che ha portato Vucic a porre al primo punto del suo programma l’adesione di Belgrado all’Unione europea. Alla base vi è la presa d’atto che solo l’ancoraggio a Bruxelles può garantire un futuro più stabile ad un Paese che porta ancora su di sé le ferite e i disastri di guerre etniche. Europeisti alla riscossa, dunque. Ed è importante che questi segnali giungano da Est. Serbia, e non solo. Perché qualcosa di straordinariamente significativo sta avvenendo anche in Paesi, come Ungheria e Polonia, dove a governare sono partiti ultranazionalisti guidati da leader – Orban a Budapest, Kaczynski a Varsavia – accaniti sostenitori dell’Europa dei muri e delle chiusure sovraniste.

E cco allora in Ungheria il vice presidente del partito al governo Fidesz, Szilard Nemeth, indicare l’Hungarian Civil Liberties Union, partner di Liberties, insieme all’Hungarian Helsinki Committee for Human Rights e a Transparency International Hungary, i tre principali nemici dell’e s ecutivo ungherese; ecco la Polonia, (dove la società civile è scesa in piazza contro la “legge purga” sui media e soprattutto dando vita, da parte del movimento delle donne ad una straordinaria mobilitazione che ha costretto il governo della premier ultra-cattolica Beata SzydŒo a fare marcia indietro sulla legge antiaborto). Ed ecco ancora la Romania, dove manifestazioni di massa susseguitesi per una settimana hanno imposto al governo il ritiro del decreto salva-corrotti: tre Paesi dove forze della società civile stanno resistendo ad una deriva reazionaria, in nome di una Europa inclusiva e solidale. I sovranisti possono essere battuti.

Lo dice la Serbia, e ancor prima l’Olanda. Dove le recenti elezioni hanno allontanato lo spettro populista rappresentato dal PVV dell’ultranazionalista, eurofobo e islamofobo Geert Wilders, e consegnato al Paese un parlamento molto europeista (seggi ai partiti europeisti 104, seggi al fronte antieuropeista 46). Il volto nuovo di un europeismo che non arretra ma si rinnova nel Paese dei tulipani, è quello del giovane Jesse Klaver, leader di GroenLinks (GL), il partito dei verdi – un partito liberale, di sinistra, progressista – che tutti i principali giornali internazionali hanno indicato come vera sorpresa delle elezioni. GroenLinks (GL) ha ottentuto 14 seggi rispetto ai 4 delle precedenti elezioni, praticamente quadruplicando il proprio risultato e diventando il primo partito nell’are a della sinistra olandese. Il cambiamento è la cifra politica e culturale di una rinnovata sfida europeista. Un cambiamento che chiama in causa una sinistra tradizionale che senza rimettersi in discussione è destinata alla scomparsa o all’ass oluta marginalità. Ciò è avvenuto in Olanda, con il tracollo del partito laburista, e lo stesso è successo a Sud, in Grecia (la disfatta del Pasok spodestato da Syriza del premier Alexis Tspiras) o in Spagna, dove il vento del cambiamento viene intercettato da Podemos di Pablo Iglesias e non da un Psoe lacerato da uno scontro interno senza fine e senza sbocchi. Il sovranismo nazionalista si sconfigge non ancorandosi al passato.

È il messaggio che viene dalla Francia, dove a contrastare la corsa all’Elis eo della leader del Front National, Marine Le Pen, è, secondo gli ultimi sondaggi, Emmanuel Macron, il giovane economista lanciato da Hollande, la cui corsa all’Eliseo è iniziata quando ha rassegnato le dimissioni come ministro dell’Economia e abbandonato il Ps francese. Alle frontiere chiuse, lui risponde con le frontiere aperte e una Francia proiettata nel futuro, tecnologica e ospitale con i migranti, contro la burocrazia e a favore di un’Europa rafforzata. Sarà lui, probabilmente, a scongiurare una “Frexit”. L’europeismo può tornare a vincere. Il vento può cambiare direzione.

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