Il “gran rifiuto” di Grasso-Celestino V

Opinioni

Non voleva buttarsi nella mischia politica ma poi lo ha fatto lo stesso

Solo il tempo chiarirà le ragioni per le quali Pietro Grasso non accettò la proposta di guidare il centrosinistra alle elezioni siciliane  che gli venne fatta da Renzi. Il “gran rifiuto” del presidente del Senato entra senz’altro nel capitolo dei rimpianti della sinistra, perché egli forse avrebbe meglio fornito ai siciliani il senso di una possibile riscossa della Sicilia progressista dopo la discutibile esperienza di Crocetta; e in questo senso probabilmente avrebbe avuto la capacità di unire forze che invece si sono divise. Chissà. Sarebbe stato perfetto, Grasso: il siciliano più autorevole per guidare l’ennesima battaglia contro un certo sistema di potere che ha rialzato la testa era la via d’uscita migliore, eppure proprio un uomo di prima fila come lui disse di no.

Forse con lui sarebbe andata diversamente: non è polemica, è una constatazione.

Il presidente del Senato ha preferito restare sullo scranno più alto di palazzo Madama, giudicando più “istituzionale” questa opzione piuttosto che buttarsi nella mischia politica: scelta legittima salvo poi buttarvisi lo stesso con l’uscita dal Pd, ma non fa niente. Resta il rammarico per un “gran rifiuto” non fatto certo per “viltade”, come Dante bollò quello di Celestino V: il che semmai accresce il rimpianto. Così come lievita la preoccupazione, perché dopo Celestino V venne Bonifacio VIII, e non fu una bella storia.

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