I media: un gigante cresciuto a dismisura

Opinioni

Il 2017 sarà un anno di svolta per il sistema Oltre ai giornali ora la crisi investe anche il web. E il caso di Sky indica forti mutamenti nelle tv

È bello sentir raccontare le esperienze di piccoli fiori che sbocciano mentre tutt’intorno un intero sistema, quello dell’editoria e dei media, traballa facendo intravvedere squarci di difficili crisi aziendali mentre si riaccendono anche piccole guerre di campanile. È di ieri la notizia dei quattro giorni di sciopero dei giornalisti della redazione romana di Sky contro l’annunciato ridimensionamento della storica redazione di via Salaria preoccupati «per le ricadute occupazionali e per l’impatto sulla vita di centinaia di colleghi e delle loro famiglie».

Quasi nelle stesse ore, e dopo l’annuncio del piano di ristrutturazione dell’azienda di Murdoch, si consumava un minuetto a colpi dichiarazioni sul ruolo di Roma e di Milano. Dietro le dispute su giornalismo, usate come pretesto o metafora, riaffiora un antico duello tra le due città più grandi. I protagonisti del confronto sono entrambi amministratori democratici, Giuseppe Sala e Nicola Zingaretti. Il sindaco di Milano ha annunciato che nei prossimi giorni incontrerà il direttore generale Campo Dall’Orto per chiedere di portare, nella sua città, una parte delle attività della Rai. Dopo poche ore il governatore del Lazio (risulta muta la sindaca Virginia Raggi) ha annunciato di aver chiamato, anche lui, il direttore della Rai mettendo le mani avanti: «Con la Capitale non scherziamo.

È di tutti e al mio amico sindaco Sala, che giustamente promuove la sua città, dico: competizione per sviluppare proprie vocazioni non per sottrarci professionalità e uffici». I campanilismi riaffiorano se si perdono di vista gli interessi più generali e si fatica a governare i processi di un sistema, quello dei media, che negli ultimi decenni è cresciuto a dismisura. Qualche giorno fa l’Agcom ha fotografato questo sistema dicendoci che ha raggiunto un valore complessivo di oltre 17 miliardi di euro, pari all’un per cento del prodotto interno. Con la televisione che la fa ancora da padrona mentre si riduce l’incidenza dell’editoria nel suo complesso.

La classifica dei gruppi mediatici In particolare se si scorre la classifica si può notare che la quota più rilevante è detenuta dal gruppo 21 Century Fox con il 15,4% (Sky Italia 15,1%, Fox Network Group Italy 0,3%), seguita da Fininvest, 14,9% (di cui Mediaset 13,3%, Arnoldo Mondadori editore 1,4%); Rai – Radio Televisione Italiana, 13,7%; Gruppo Editoriale l’Espresso, 3,3%; Google, 3,2%; RCS MediaGroup, 3%; Seat Pagine Gialle, 1,4%; Facebook, Gruppo 24 Ore e Cairo Communication. 1,3%. La fotografia dell’Agcom è stata scattata nel 2015 e non tiene, perciò, conto dei rilevanti mutamenti che si sono avuti nell’anno appena passato. Manca, in quella fotografia, lo scatto nel quale sono ritratti i francesi di Vivendi mentre scalano Mediaset o quello in cui scompare nella nebbia il piano di ristrutturazione dell’informazione in Rai. Su pagina 99 Lelio Simi titola, a giusta ragione, una inchiesta che la rivista dedica allo stato dell’editoria: «2017, l’anno della verità per i giornali italiani». Un anno zero, insomma.

La riflessione muove non solo da ciò che sta accedendo in questi giorni ( la conclamata crisi de l’Unità, i licenziamenti annunciati a Vice Italia, i piani di ristrutturazione annunciati dal Gruppo Sky e dal Sole 24 ore) ma dai mutamenti che si sono avuti l’anno scorso. Tutti i tre maggiori gruppi editoriali italiani hanno cambiato gli assetti proprietari arrivando, così, al «momento della verità». Stiamo parlando di testate storiche che rappresentano oltre il 50 % del mercato dei quotidiani e che hanno rappresentato la spina dorsale del nostro sistema dell’informazione.

Sugli scambi e sulle acquisizioni si è scritto molto; molto meno si è detto degli effetti che questo provocherà nei modelli produttivi, negli stili giornalistici e nell’occupazione. Prendiamo Rcs. L’arrivo di un editore puro ai vertici è di per sé un evento storico: Urbano Cairo, non a caso, ha voluto mantenere sia la carica di presidente che di amministratore delegato. Sta per rompersi la linea ingessata di Via Solferino? Da un editore di tal fatta non ci si può aspettare che faccia un semplice compitino e il suo nuovo piano industriale partirà dai conti in rosso di mettere a posto (dal 2011 al 2015 le perdite cumulate ammontano a 1,336 miliardi).

Dalle dichiarazioni di intenti si capisce che le vie che percorrerà vanno controtendenza, con il rilancio della carta e minori investimenti sul digitale e con il lancio di un grande periodico da 100 mila copie. Pesa il fatto che Cairo sia uno dei pochi editori che sia misurato fino in fondo con il giornalismo popolare. Cosa rara e rischiosa, in Italia. Si discute molto (e molto a vanvera) sulla Rete che mangerà inevitabilmente i quotidiani di carta, viste anche le continue perdite nelle vendite di tutti i giornali, comprese quelli del nuovo gruppo nato dalla la fusione di Espresso Repubblica con la Itedi.

I dati della società che certifica la diffusione, riferiti all’ottobre scorso, dicono che le copie cartacee e digitali vendute da La Repubblica e La Stampa, messe assieme, sono di poco superiori a quelle della sola Repubblica nell’ottobre del 2014, cioè 12,3 milioni di copie vendute dai due quotidiani complessivamente contro le 10,4 milioni vendute da Repubblica due anni prima. Escluso Avvenire , peraltro, poche testate hanno per ora di che gioire dall’analisi delle copie vendute.

Non parliamo poi del Sole 24ore che esce da una delle vicende più allucinanti che abbiano investito l’editoria di casa nostra, con una narrazione di quel che accadeva nel gruppo basata su dati falsati e con un gigantesco indebitamento che richiederà radicali interventi di riorganizzazione e inevitabili tagli. Nuova tecnologia, nuovi generi di narrazione È evidente che in questa situazione di assestamenti e cambiamenti (forse lo sviluppo dei media è stato troppo veloce e ha provocato un’ipertrofia difficile da gestire) ci sia chi, come Jacopo Tondelli fondatore de Linkiesta, ora impegnato nel nuovo progetto de “Gli stati generali”, parli di giornali senza giornalisti con la necessità, però, di produrre contenuti, buoni contenuti, al fine di arginare lo strapotere dei social. Uno scontro, cioè, tra contenuti e contenitori.

Ma per fare buoni contenuti occorrono buoni giornalisti, capaci di misurarsi con le nuove tecnologie, con i nuovi generi di scrittura e di narrazione. Pur sempre giornalisti, mediatori sociali tra ciò che accade e il racconto di ciò che accade. Una discussione su argomenti simili si è svolta, nei giorni scorsi, in occasione dei vent’anni di Repubblica.it . Lo scambio di opinioni, in questo caso, ha riguardato due giornalisti della stessa testata: Giuseppe Smorto («Ci sono programmatori che potrebbero insegnare giornalismo a tanti») e Carlo Bonini («Bisogna ritrovare un ruolo e anche un modo di fare il giornale di carta stampata»). Anno di svolta, dunque anno di grandi discussioni. È in questo contesto che va inserita, seppure con le sue peculiarità, la crisi del nostro giornale, l’Unità. Al quale serve, senza dubbio, un maggiore e più attento sostegno politico ma anche, al fine, un definito piano editoriale.

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