Il che fare nella nostra scuola

Opinioni

Nelle scuole si registra una “frenesia confusa” ben lontana dal caos creativo

Da qui al 2018 cosa dovrebbe fare il governo Gentiloni sulla Scuola? Al netto del portare a compimento nel modo migliore le deleghe di attuazione della legge 107/2015, diffondendone meglio il senso e le motivazioni tra i docenti e nel paese, mi verrebbe da rispondere «Nulla se non un po’di pace», perché nelle scuole si registra una “frenesia confusa” ben lontana dal caos creativo. Viviamo i tempi del mutamento continuo, è vero, ma l’educazione è il luogo del tempo lungo.

Lo so, non ce lo possiamo permettere quel tempo lungo, ma nemmeno le frenesie degli ultimi anni. Tra i due estremi saggezza imporrebbe una via di mezzo. La mia risposta è dunque riflettiamo e cerchiamo di mettere a sistema un percorso di innovazione pedagogica e didattica.

Un percorso che inizia da lontano, da molto lontano, almeno cento anni, rendendone consapevoli i docenti con un nuovo protagonismo, fuori dalle divisioni e dai pregiudizi reciproci; concentrarsi dunque sul merito di una lunga tradizione di innovazione, non di conservazione, che ha tanti protagonisti, per attualizzarla. Per mettere a sistema questo profondo percorso innovativo, che è filosofico, epistemologico, culturale e dunque sociale, ci serve l’alleanza e la forza dei docenti. Il succo è: posto che gli obiettivi del saper leggere, scrivere e fare di conto siano imprescindibili in ogni ordine e grado di scuola, oggi stiamo con grande difficoltà traghettando la scuola dalle conoscenze alle competenze, che le conoscenze non rinnegano ma comprendono. Fino al secolo appena trascorso bastava avere saperi e metodi di studio per guidare se stessi e il mondo, e bastava a un numero limitato di persone.

Oggi, non pochi, ma tutti, dobbiamo maturare non solo un bagaglio di saperi e di metodi di studio, che vanno ampliati e aggiornati entrambi tra l’altro, ma una padronanza tale dei medesimi da guidare se stessi e le cose che si fanno in un mondo che è complessità e mutamento. È questa la lotta profonda che si sta compiendo in modo spesso inconsapevole nel mondo della scuola, riflesso del mondo culturale e della weltanshaung attuale: il duello tra un mondo in cui potevamo permetterci una cultura inutile, separata da un mondo del fare, e un mondo in cui la cultura – dalla quale mai prescindere, attenzione – può essere disinteressata, ma non può essere più separata dal fare, nello stesso momento in cui la si matura.

Tra un mondo che destinava all’istruzione una parte della vita e un mondo che ritiene l’istruzione parte della vita, tutta la vita. Ecco cosa sta accadendo. Viviamo la difficoltà tra il non più e il non ancora, di Tacito, prima che di Gramsci o di Baumann, e se nei secoli trascorsi il mutamento era consapevolezza di elite, oggi è condizione esistenziale dei più, gli stessi più che accedono a una diversa riflessione su stessi, e questo processo accade adesso e ripetutamente, in ogni momento, e sta accadendo alla scuola.

Microcosmi di cambiamento, uno studente che cresce, si legano a macrocosmi di cambiamento, le forme del lavoro, la rivoluzione digitale, i mutamenti epistemologici, e si frullano insieme e in fretta senza che il “sistema scuola”riesca a rifletterci adeguatamente mettendo in campo adeguate messe a terra dei provvedimenti possibili. Esco dall’astratto: questo percorso, dalla scuola delle conoscenze, imprescindibili, alla scuola delle competenze si è concretizzato negli ultimi 30 anni in riflessioni pedagogiche che si sono tramutate in strumenti giuridici in sede internazionale, in Europa sancite da una serie di Raccomandazioni sulle competenze chiave e di cittadinanza che l’Italia ha recepito nel 2007, non stamattina.

Si sancisce così la necessità non solo di acquisire i saperi tradizionali e anche quelli non tradizionali ma di farne competenze necessarie “all’essere” e “all’essere nel mondo” oggi. Oggi il fossato è tra chi trae benefici dalla globalizzazione e chi no. È in quel fossato che si inserisce la formazione come mezzo perenne per superare ogni genere di divario o di diseguaglianza. Tutto ciò va sistematizzato in una pedagogia e in una didattica che non prescinda mai dagli obiettivi tradizionali (leggere, scrivere, fare di conto, acquisire un metodo e delle competenze) e che sappia piegare l’innovazione agli obiettivi e non viceversa. Signora mamma non si stupisca se sta disegnando punti interrogativi nell’aria, lo stanno facendo anche tantissimi docenti e dirigenti, alcuni hanno chiaro il cosa, altri il come.

Altri né l’uno né l’altro e si rifugiano nelle certezze di un passato che oggi non esiste più. Dunque, torno alla domanda iniziale, la prima cosa è rendere diffusa e consapevole di tutto ciò l’intera classe dei docenti, offrendo a tutti loro, attraverso azioni sistemiche, strumenti di consapevolezza, anche critici, per guidare questo processo di cambiamento. Questo significa innovazioni profonde, non solo di strumenti, digitali o meno che siano, ma anche di argomenti e processi non dimenticando mai l’obiettivo essenziale: leggere, scrivere e fare di conto. Dunque servono luoghi e strutture semplici per i docenti per confrontarsi su tutto ciò, senza morire di burocrazia.

Per accogliere questa sfida i docenti, e questo è il secondo punto, hanno bisogno di motivazione e di essere messi in condizioni di fare tutto ciò: è la struttura che crea il sentimento e tale struttura va predisposta a livello centrale in modo chiaro; le scuole oggi sono comunità dai mille individui in su, non si può pensare a una organizzazione e divisione estemporanea di compiti complessi – che sono di tipo didattico, relazionale, inclusivo, gestionale e organizzativo, di ricerca e altro ancora – senza prevedere un’adeguata formazione e un’efficace ed efficiente divisione dei compiti e del lavoro.

Ci vogliono cioè, e lo si ripete da tempo, figure intermedie di sistema tra le due attuali della docenza e della dirigenza a cui accedere per esperienza e per titoli. Una scuola non è una comune sessantottina, in cui tutti ci diamo una mano perché ci vogliamo bene e crediamo nella pace nel mondo, o ci vogliamo male perché il dirigente ci vuole male e noi vogliamo male a lui, nulla di più lontano dal vero; pur essendo una comunità, parliamo di un’organizzazione di lavoro moderna, non possiamo affidarci allo spontaneismo disorganizzato; senza regole certe e figure strutturali si disegna soltanto l’isola del signore delle mosche. Pur con tutta la buona volontà.

Una scuola è un luogo in cui devono crescere e maturare professionalità distinte in base a compiti chiari, precisi e distinti, valutabili e certificabili. Un progetto educativo aggiornato e figure professionali conseguenti necessitano dunque di un contratto diverso e di una carriera.Vogliamo legarla alla valutazione? Certo, effettuata da enti preposti a ciò e concordando le modalità. La Buona scuola ha messo in campo tanta roba, tanta, adesso mettiamola in ordine. Da qua al 2018 non si potrà fare? Poniamo almeno le basi per un confronto adeguato su questi temi.

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