Il commercio a Roma, tra il boom degli ambulanti e il silenzio delle periferie

Opinioni

I saldi segnano un tonfo: -20% secondo le stime della Confcommercio

Roma in decrescita”: sembra questo uno slogan pubblicitario nato dalla fantasia di qualche creativo. Invece no, si tratta di cruda realtà. Sul versante economico la città perde terreno ogni giorno di più. L’ultimo dato negativo proviene dal settore del commercio. I saldi segnano un tonfo: -20% secondo le stime della Confcommercio.

Nei primi mesi dell’anno, inoltre, c’è stata la chiusura di 600 negozi, che vanno ad aggiungersi ai 2.000 del 2016. I negozianti al dettaglio calano del 18%, mentre un solo dato positivo sembra apparire all’orizzonte: +28% degli ambulanti. Un vero e proprio boom.

E’ chiaro che il settore del commercio, a Roma, ha bisogno di interventi tempestivi e di lungo respiro. Per combattere il declassamento qualitativo, indubbiamente, ma anche per creare una nuova strategia industriale capace di accrescere il livello di ammodernamento e la competitività.

Mentre il Campidoglio sembra indifferente al problema, solo la Regione Lazio è capace di intervenire. Lo fa attraverso lo strumento delle reti d’impresa. Queste rappresentano una forma di aggregazione ad elevata innovazione organizzativa, che va enfatizzata ed estesa con nuovi investimenti.

Le reti d’impresa sono utili, sopratutto nel settore del commercio, afflitto da problemi atavici come l’atomismo imprenditoriale, la conflittualità di settore e la mancanza di coordinamento. Ora le “strade del commercio”, a Roma, sono 32, e coinvolgono 1500 imprese tra ristoranti, aziende, bar, negozi, associazioni, cinema. Questo grazie ad uno stanziamento della giunta regionale di 13 milioni di euro.

Il lato positivo di questo intervento non riguarda però solo l’ammodernamento della cooperazione tra le imprese, ma anche l’impatto che si ha sull’economia delle periferie. Dato non trascurabile, questo, visto che il problema della marginalità territoriale a Roma è ormai cronico. In alcune periferie, sopratutto quelle di recente costituzione, l’abbandono economico è causato anche dal commercio, non quello classico naturalmente. Si tratta dei grandi ipermercati. Nelle periferie nate durante gli anni duemila – che sembrano caratterizzare il nuovo modello di sottosviluppo – si assiste a un vero e proprio “vuoto” urbano intorno a grandi strutture di distribuzione delle merci.

E’ ciò che si riscontra, ad esempio, in quartieri come Ponte di Nona o Bufalotta. Sono quartieri scollegati dal centro, isolati e con servizi scadenti: un ammasso caotico di abitazioni che, stando alle parole del sociologo Jean Baudrillard, rimanda ad un agglomerato informe di beni indistinti.

In questi non-luoghi il senso dell’abbandono stride con lo stile grottesco degli edifici, eretti attorno al silenzio. Così mentre il commercio classico – caratterizzato da piccoli operatori distribuiti sul territorio -, perde terreno, si assiste al fenomeno polarizzato del caos economico: da un lato tanti piccoli “ambulanti” e, dall’altro, grandi ipermercati con il vuoto intorno. Il risultato è la perdita di identità del territorio e l’avanzare dell’inerzia imprenditoriale.

Già il sindaco Giulio Carlo Argan, alla fine degli anni settanta, affermava che se la periferia non si bonifica il centro muore soffocato. Per Argan occorre collegare organicamente e funzionalmente il centro alla periferia, altrimenti Roma diventata una sorta di megalopoli attorno a un ritrovo di turisti. Forse un nuovo modello di sviluppo per la città potrebbe partire dalle connessioni economiche tra le diverse periferie: creare reti commerciali che uniscano e connettono i quartieri nei diversi quadranti della città.

Un’azione del genere contribuirebbe anche a combattere le disuguaglianze, come afferma il premio Nobel all’economia Paul Krugman, che vede nella città, nel commercio e nelle reti locali una delle azioni fondamentali per la lotta alla marginalità.

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