Il dovere del Pd di resistere alla scorciatoia manettara

Opinioni

Dinanzi al fallimento del M5S la sola strada è quella della proposta politica

Mentre si arrampicava sull’ennesimo specchio di una collezione già molto ampia, Virginia Raggi ha  collocato Grillo, Di Maio e Di Battista al centro della nuova crisi di credibilità che investe i Cinque Stelle.  Sapevamo già dell’inconsistenza della loro pretesa superiorità etica e morale, conoscevamo la familiarità grillina con l’ipocrisia dei due pesi e delle due misure, eravamo a conoscenza dei profondi legami tra l’amministrazione della capitale e la peggiore destra romana.
Ma una rappresentazione tanto conclamata dell’incapacità dei Cinque Stelle di scegliere un personale di governo minimamente adeguato non la si era davvero mai vista.
Sia perché Raffaele Marra non era, naturalmente, quello che la Raggi ha definito ieri come “uno dei tanti dipendenti dell’amministrazione capitolina” ma la figura centrale nel governo della principale città italiana. Sia perché l’amministrazione di Roma, nelle parole di Grillo e Casaleggio, doveva servire ai Cinque Stelle a presentarsi all’Italia e al mondo come una forza di governo capace di guidare con saggezza e competenza il Paese.
Ove mai vi fossero stati ancora dubbi (dopo i disastri di Livorno e degli altri comuni già guidati da Cinque Stelle, e dopo l’assenza di decisioni e indirizzi che ha segnato questi mesi di amministrazione Raggi), oggi gli italiani sono messi di fronte al fallimento della più visibile e sbandierata prova di governo grillina.
Si tratta di un passaggio che, a pochi mesi dalle probabili elezioni parlamentari e dunque alla vigilia di una nuova campagna elettorale, chiama in causa anche il Partito Democratico e la sua capacità di presentarsi all’Italia sia come una forza di governo credibile sia come un fattore di civilizzazione del confronto pubblico e politico.
La tentazione di usare l’arresto di Marra (così come le dimissioni della Muraro per le inchieste che la riguardano, così come gli altri e probabili sviluppi giudiziari della vicenda romana) per ricorrere alla giustizia come strumento di lotta politica sarebbe comprensibile – anche solo come ritorsione rispetto all’abuso grillino della propaganda forcaiola – ma del tutto inadeguato e ingiustificato rispetto all’impegno che ci attende.
Il Pd è già oggi concentrato in una riflessione sull’Italia che muove dalla nostra esperienza di questi anni di governo, dalle riforme fatte, dalla capacità di avere rimesso in moto un Paese fermo ma che deve rapidamente arrivare ad un pensiero e ad una proposta su quello che può e deve essere fatto per evitare che l’Italia torni nella condizione di stagnazione nella quale l’abbiamo trovata nel 2013.
E dopo la sconfitta referendaria del 4 dicembre, come ha scritto Stefano Ceccanti sull’Unità, il rischio concreto è quello di una restaurazione della palude politica e istituzionale dalla quale abbiamo provato a uscire con la riforma costituzionale. Inutile girarci intorno: del catalogo di quella restaurazione fanno parte anche la debolezza della politica, la prevalenza di un’agenda giudiziaria, l’utilizzo delle manette come strumento di dibattito pubblico e politico. Tre elementi che i Cinque Stelle hanno sin dalle origini posto al centro della propria identità collettiva, raccogliendo in questo senso il distillato peggiore della Seconda Repubblica.
La nostra direzione non può che essere uguale e contraria alla loro, concentrandosi sul fallimento del malgoverno a Cinque Stelle e sulla capacità del Pd di dare all’Italia una ricetta efficace che tenga insieme quello che abbiamo fatto con quello che resta da fare. Anche e soprattutto mentre Grillo e i suoi iniziano ad affondare nel pantano di ipocrisia che si sono creati da soli.

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