Il nostro ordinamento dice che siamo tutti uguali, anche se siamo diversi

Opinioni

Com’è formulata la sentenza che vieta ai Sikh di portare il coltello religioso è discriminatoria

Maria (il nome è di fantasia): Prof, lei ha scritto che non è d’accordo con la sentenza della Corte di Cassazione che ha dichiarato come gli stranieri debbano aderire ai nostri valori perché devono aderire più propriamente alle leggi e che le leggi sono uguali per tutti. Io non ho capito cosa vuol dire…cioè, qual è più chiaramente la sua posizione?

Io: Carissima, grazie per avermi scritto. Premessa: questo non è uno scambio di posizioni ma di riflessioni, dunque, quando finiamo di discutere tu svolgerai i tuoi “compiti” e io i miei. Gli argomenti di cui parliamo non sono delle sistematizzazioni definitive ma vanno approfondite, declinate, aggiornate via via, cioè vanno assunte nel loro carattere dinamico, così come è sempre la disciplina dei diritti. Progrediscono nel tempo, in modo diacronico però, non sincronico. Perciò ti chiedo di andarti a leggere in modo attento le carte costituzionali di almeno dieci paesi, oltre la nostra e di legge i libri di alcuni pensatori e pensatrici, se vuoi, dopo averli letti ne discutiamo insieme.

Per rispondere alla tua domanda e spiegarti le mie opinioni, devo ricordarti intanto che diritti, valori e leggi non coincidono, anche se sono interdipendenti. Generalmente la fonte primaria che in qualche modo li comprende tutti è la Carta Costituzionale di un Paese. Per tutti noi è una bussola, un documento in grado di rappresentare “la casa degli italiani” e l’orizzonte a cui guardare per poter avere indicazioni sui nostri comportamenti individuali e collettivi, tali indicazioni, che discendono da idee, principi e valori comuni hanno valore di legge.

Cioè, sul piano propriamente giuridico, possiamo affermare che la Costituzione è anche fonte del diritto. Essa rappresenta il vertice della scala gerarchica delle fonti del diritto italiano, da cui derivano diritti e doveri, attribuzioni di potere e le regole per esercitare quest’ultimo. Da questo carattere normativo discende l’obbligo per qualsiasi testo di legge di aderire nella forma e nella sostanza alla Costituzione. Quanto appena detto non è per nulla scontato poiché la legge pur se corretta nella forma ed apparentemente giusta, può porsi in contrasto con il testo costituzionale.

E così vale per i “valori”, specialmente per una società plurale e multirazziale quale è quella di oggi. Nel corso della storia, ispirandosi al bene supremo della giustizia, o dei valori, o dei principi, si sono consumate sanguinose rivoluzioni, sommosse, genocidi e crimini umanitari. Il problema fondamentale allora è stabilire se la Costituzione sia essa stessa una “legge”, se entri a far parte del “sistema”, se le sue norme siano a tutti gli effetti norme dell’ordinamento. Lo sono e tradirle è reato.

La Costituzione Italiana rappresenta lo strumento mediante il quale osservare le le linee portanti dell’apparato statale, ma anche e soprattutto dei comportamenti delle singole persone e dunque dell’evoluzione dell’intera società. Alcuni valori, come ad es. la precedenza della persona umana rispetto allo Stato, i diritti di libertà, i diritti sociali e la limitazione del potere statale, continuano ad avere, a distanza di più di mezzo secolo dalla loro formulazione, stringente attualità.

Molte delle norme previste dalla Costituzione assurgono a dunque «valori supremi», o comuni, se ci piace di più l’aggettivo, e, come tali, dovrebbero essere, in parte lo sono, saldamente radicati nel tessuto sociale. Basta leggere pochi frammenti di articoli costituzionali per meglio intendere: «L’Italia è una Repubblica democratica…» (art. 1); «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo…» (art. 2); «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge…» (art. 3); ed ancora, «La Repubblica è una e indivisibile…» (art. 5); «L’Italia ripudia la guerra…» (art. 11).

Solo appunto valori comuni e condivisi, anche se spesso verifichiamo di fatto come tantissime persone più che non condividerli li sconoscano e non ne hanno mai approfondito il significato. Cosa che dovrebbe suggerirci della azioni di sensibilizzazione e riflessione comune in tal senso.

Spesso si giunge a ritenere che la Costituzione esprima dei valori solo ed esclusivamente nella prima parte dedicata ai principi fondamentali. Indubbiamente gli articoli contenuti nella prima parte recano criteri, si dice, indefettibili. Cioè fondanti e imprescindibili, ma la lettura minuziosa della Costituzione permettere di cogliere altri ed importanti valori presenti in altre sue parti.

I 139 articoli della Costituzione sono tutti, seppur in modo diverso, portatori di una riflessione sui valori comuni, punto di riferimento dal quale far partire una rinnovata coscienza civile.

Oggi la società italiana è complessa, frammentata, policentrica, a stratificazioni multiple. Accettare e prendere coscienza di tale complessità, significa anche non cedere a semplificazioni dettate via via da particolari momenti della Storia, con demagogia o faciloneria. Semplificazioni o massimizzazioni sia a destra che a sinistra. Cioè, per maturare opinioni via via più mature bisogna pensare, studiare, approfondire, e anche mettere in discussione, ove necessario, ma per giungere a valore comune, non ad ulteriore divisione.

Il confine rappresentato dai valori contenuti nella nostra Carta è frutto di alcuni accadimenti storici, sociali, politici, etici, religiosi e giuridici. Non solo e semplicemente dell fascismo o delle macerie, anche intellettuali e spirituali, lasciate dalla grande guerra, ma anche del cammino del pensiero umano svolto nelle epoche precedenti, l’illuminismo, le dichiarazioni dei principi inviolabili dell’Uomo, o ad esempio l’importanza della persona umana all’interno dello Stato e non viceversa, sono idee che ispirano l’intera Costituzione Italiana, costituendo il nucleo/valore fondamentale, condiviso dai Costituenti cattolici e laici, redatto per invertire l’ordine posto dal regime totalitario.

Dall’importanza della persona umana (concetto più complesso di quello di “uomo” o “individuo”) e dei suoi diritti, discendono “a cascata” le altre norme della Costituzione che disegnano un ordinamento libero e democratico. Ove, per assurdo, si volesse ritenere superato il valore della persona umana e della sua dignità in quanto essere preesistente alla Stato, verrebbe meno non un qualsiasi valore ma il fondamento della nostra civiltà democratica.

Oggi la chiamiamo “soggettività dei diritti”. Che cosa significa: significa che tu sei importante, io sono importante e dobbiamo esserlo l’una all’altra. Ma lo è anche un immigrato e tale è una norma fondante di legge. Eccoci giunti al punto, dunque: io preferisco dire che chiunque metta piede sul nostro suolo debba seguire la legge che vale per tutti nel nostro Paese, non i valori, e, per legge, tale legge, discende dalla Costituzione.

Ogni persona deve seguire ciascuna norma approvata nel nostro Paese e la sua libertà è pari a quella di ciascun cittadino o cittadina. Questo io penso e lo penso in ottemperanza alla Carta. Affermare invece che uno straniero debba conformarsi ai nostri valori è generico, fuorviante, limitante e discriminante.

Faccio un esempio: il velo delle donne. Dipende dalla decisione della singola donna, rientra nelle sue libertà inviolabili: non dipende dai valori della sua religione o dai valori della mia religione ma dal valore più alto della libertà della persona, appunto, così come recita la nostra Costituzione. La libertà della persona e la sua autodeterminazione vengono prima, questo dice la Costituzione e questo dice la legge. Oltre alla questione del velo, tale enunciato, vale sempre e vale per le donne? Per tutte le donne anche italiane? I fatti ci dicono di no, tante e tali sono le discriminazioni di genere in Italia e tanta e tale è la disattenzione in questi ambiti, assai fumosa è la definizione di valori comuni italiani in tal senso.

Ne faccio un altro: lo stupro è più o meno grave a seconda dell’appartenenza di colui che se ne macchia? No. Lo stupro è il gesto violento di una persona contro un’altra persona. Parimente grave e parimente non assolvibile. Le aggravanti sono in relazione alla responsabilità individuale. Le libertà, come le responsabilità si declinano al personale, la frase è di una grande pensatrice, Hannah Arendt, che tu sai che io ammiro e studio da sempre, lei si riferiva ai crimini perpetrati dal popolo tedesco nei riguardi degli ebrei, ma il senso di quella frase è contenuto in ogni articolo della nostra Carta.

Un altro esempio: il coltello religioso che portano i sikh (appartenenti alla comunità politico-religiosa indiana) e che è all’origine della sentenza della Corte che mi ha spinta a dichiararmi contraria. La sentenza infatti ha dichiarato come l’andare in giro con tale coltello, che i sikh recano con sé per motivi religiosi, violi i valori del paese accogliente. In base alla legge italiana, tutte le lame sono da considerarsi armi improprie e possono essere acquistate senza formalità ma il “porto”, essendo queste armi “atte all’offesa”, può avvenire solo per giustificato motivo (art.4 L.110/75). Per giustificato motivo (che appura l’autorità di polizia o in sede giuridica un giudice appunto) “deve intendersi quello scopo del tutto lecito, ma purtroppo non sempre abituale per cui il coltello viene portato con se dal cittadino durante lo svolgimento di attività nelle quali se ne possa ravvisare una qualche utilità”.

La vicenda non nasce oggi. I primi sikh sono arrivati in Italia negli Anni 80. Oggi sono 60 mila. Per il ministero dell’Interno in caso di questioni di culto si tratta di armi improprie e per questo ha negato ai sikh in Italia, già nel 2005, non solo di portare in giro il coltello (per loro è un obbligo religioso e nulla ha di offensivo) ma anche il riconoscimento della loro religione.

Oggi in Italia non esiste come tale, è un’associazione come tante, pur essendo antichissima. Ai fedeli chiede alcuni obblighi da rispettare: i maschi non devono tagliarsi i capelli a partire dalla loro maggiore età e devono coprirli con un turbante. Altri simboli sono il pettine in segno di pulizia, i pantaloni, il bracciale d’acciaio e proprio il pugnale oggetto della sentenza, che loro chiamano kirpan. In passato anche il turbante ha creato problemi. Nel 1995 il ministero dell’Interno ne ha autorizzato l’uso nelle foto delle carte d’identità e nel 2000 ha precisato che l’importante è lasciare il volto scoperto come per il chador. Anche se a volte ancora si verificano alcuni problemi in aeroporto la questione è chiarita. Sul pugnale invece nulla da fare.

Di fronte al primo rifiuto del Viminale anche il Consiglio di Stato ha confermato: il kirpan è illegale. Era il giugno 2010. Ad agosto 2011 i sikh sono tornati alla carica, obiettando che il pugnale viene indossato sotto una cintura, quindi non è estraibile. E poi che la loro religione non prevede lunghezze particolari e può essere inferiore ai 4 centimetri in modo da non rientrare fra le armi da taglio. A maggio del 2011 l’ennesimo rifiuto del Viminale ha chiuso la questione dal punto di vista del ministero. E adesso, dopo sei anni, la sentenza della Corte di Cassazione che indica nuovamente ai sikh che non possono andare in giro col loro coltello sacro (anche se “adattato” e con lama inferiore di 4 centimetri) per “conformarsi ai nostri valori”.

Così com’è formulata è una sentenza discriminatoria. Se la sentenza si attenesse all’ art.4 L.110/75, e dunque a motivi di sicurezza pubblica normati da legge, nulla da eccepire, è la legge e vale per tutti. Ogni persona deve conformarsi alle leggi. Ma così come formulata, la sentenza discrimina per appartenenza religiosa e ciò vìola i principi costituzionali. Non esiste un “valore comune italiano”, presente nella Carta Costituzionale che intimi qualcosa a qualcuno mentre la permette ad altri in ragione di un’appartenenza e non in ragione all’osservanza delle leggi che tutti dobbiamo perseguire, proprio in virtù della libertà e della responsabilità individuali e personale, sennò si esce dallo stato di diritto e si entra nell’accidentato dominio della discriminazione “in nome di”.

Ecco perché, affermare il valore delle leggi (e l’accordo di queste con la Carta) e dire che sono uguali per tutti e tutte, dà la misura di come il nostro ordinamento è ancor più libero e democratico. Questo permette anche di affermare come siamo e possiamo essere tutti diversi, ma siamo tutti uguali nei diritti. Anche questa frase non è mia, è antica, è di Taddeus Stevens, l’uomo che fece sì, con la sua relazione e il suo voto, che si votasse l’abolizione della schiavitù sotto Lincoln. Pensa, un concetto così avveniristico che ancora oggi non si è affermato del tutto: siamo tutti diversi ma uguali nei diritti.

Per dare un valore reale, a proposito di valori comuni, alla parola accoglienza, dobbiamo declinarla non genericamente e generalmente, intorno a un non meglio precisato orizzonte di “valori del paese che accoglie” ma bensì sulla responsabilità e sulla libertà della persona e sui principi contenuti nella Carta Costituzionale. Se le leggi, le sanzioni e le pene valgono per tutti allo stesso modo e dipendono dalle responsabilità personali e non alle appartenenze, allora nulla dobbiamo temere, perché siamo tutti in uno Stato di Diritto.

Se invece ci ispiriamo a gerarchie di valori, o comparazioni di apparati di essi, per loro natura difficili da delimitare, valutare, declinare e individuare allora sì, avremmo da temere, perché la legge non sarebbe uguale per tutti.

Riaffermare questi principi, confrontarsi insieme e approfondirli oggi è quanto mai importante perché sono l’argine alle semplificazioni, alle strumentalizzazioni, alle banalizzazioni e soprattutto alle conclusioni errate di riflessioni immature. Maria cara, spero di aver suscitato in te altre domande e questi sono i miei pensieri.


 

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