Il passo avanti che c’è da fare

Opinioni

Per grandi linee abbiamo davanti a noi chiari i problemi: la mappa del no coincide con la mappa della fame

Dopo la botta referendaria, perché di botta si tratta cosa possiamo fare se non leggere? Leggere, leggere, leggere per trovare non dico risposte ma ascolto, ed è già una risposta. A come Ascolto, stiamo ascoltando quello che ci hanno detto il 60% degli italiani col loro No e più del 70% dei siciliani e dei campani? Perdonate la prospettiva, non è campanile, è coscienza del peso specifico. B come Basta, leggo questo in quel No, basta, rimane da capire la natura dei basta e metterli in fila, ma sono chiarissimi, chi non li vede è perché non li vuol vedere; basta disoccupazione, basta fame, basta corruzione, basta ipocrisia, basta menzogne, basta assenza di partecipazione e coinvolgimento.

C come Calvino. Nei suoi Appunti per un programma politico per i prossimi vent’anni mi chiede, a me che faccio politica, di «puntare solo sulle cose difficili, eseguite alla perfezione. Anche fare dei calcoli a mano: delle divisioni, delle estrazioni di radici quadrate, delle cose molto complicate. Combattere l’astrattezza del linguaggio che ci viene imposto, con delle cose molto precise. Le cose che richiedono sforzo; diffidare della facilità, della faciloneria, del fare tanto per fare». Per grandi linee abbiamo davanti a noi chiari i problemi: la mappa del no coincide con la mappa della fame.

Il lungo inverno del nostro scontento. Per me è questa la priorità. Durante la campagna referendaria chiedevo «perché voti No?». Nella graduatoria delle risposte possibili come delle impossibili in cima c’era il lavoro. Con una connotazione precisa: l’incertezza, dolorosissima sul viso dei giovani. La mappa del non lavoro giovanile è così grande da coincidere spesso con la mappa del no, coprendo e nascondendo completamente le ragioni del quesito referendario.

Urge un’analisi comune del voto. Di analisi singole ne stiamo facendo a iosa, ma la politica è quella cosa che si sortisce insieme, sennò rimane puro esercizio di stile. Urge trovare un modo per ridare protagonismo sociale a quanti adesso lo chiedono, la richiesta ci viene chiarissima dalla quantità dei voti. L’indifferenza opera potentemente nella Storia e questa volta no, non lo è stata l’Italia indifferente e questo fa eccome la differenza, “la disaffezione alla politica”ha assunto il volto nuovo di un assalto alla politica, di un assedio.

Beh, come cantava il poeta: “il tuo amore è un assedio”, c’è voglia di fidarsi e di affidarsi pur nella diffidenza. Tanti e tali sono i problemi. Qualcuno ci sta chiedendo aiuto. Urge una riflessione sul partito, sui partiti. Come luogo per mettere intorno a un tavolo le persone per discutere dei problemi. Corpo intermedio necessario. Urge una riflessione sul nostro partito, il Partito Democratico, su struttura e organizzazione, innovando ma non perdendo identità. Fabrizio Barca ossessivamente lo ricorda. Urge anche una discussione sul senso del nostro Partito, cioè ritrovare i temi e i modi di una politica sociale.

Non so se mi convince la sua proposta, non so se mi convince la mia, perché anche io ne avrei una e mi piacerebbe parlarne da qualche parte, una proposta va fatta, perché tra le cose carenti la più carente, in questa campagna referendaria, come in quella delle amministrative immediatamente precedenti, è stata la struttura centrale e periferica del partito; ancora una volta, va fatta insieme, in una riflessione comune, di grazia: dove? Quando? Come? Il tema dei divari. È il tema dei temi, insieme a quello del lavoro. Geografici, Economici. Culturali. Sociali. Di genere. Formativi. E potrei continuare.

«Le cose che richiedono sforzo; diffidare della facilità, della faciloneria, del fare tanto per fare». Evitiamo le caricature sul Sud, sui giovani, sulle donne, sugli insegnanti e via dicendo. Riflettiamo insieme su questi temi, temi possenti, potenti e di sinistra, mettiamoci intorno a un tavolo, questo è fare politica, mettersi intorno a un tavolo, possibilmente coinvolgendo e facendo partecipare volta per volta i protagonisti, le persone del Sud, i giovani, le donne, gli insegnanti, che non sono personaggi in cerca d’autore o portatori d’interesse di categoria o di corporativismo, sono esattamente le persone alle quali dovremmo risolvere i problemi ascoltando quei problemi.

Ogni crisi è opportunità, non opportunismo, evitiamo di dare uno spettacolo di opportunismo in questo momento, ogni riferimento al governo in carica è puramente casuale e voliamo alto verso le opportunità. Spieghiamolo bene quel che si sta facendo adesso e perché, come ha ben detto Cuperlo in Direzione, il rischio, nel rappresentare opportunismi e non opportunità, non è il voto, ma il risultato. Il rischio è confondere i mezzi coi fini, noi siamo i mezzi, i fini sono i problemi delle persone, non viceversa. Non ho usato la parola populismo, diffidare della faciloneria.

Scrivi la tua opinione su Unità.tv

Vuoi ricevere Democratica sulla tua email?

Iscriviti alla nostra Newsletter!

Ricevi le notizie di Democratica una volta al giorno direttamente nella tua email.

Vedi anche

Altri articoli