Il rischio dell’ingovernabilità in Spagna

Opinioni

Il dopo voto è una terra incognita. Sarà difficile costruire una maggioranza

Esiste un elettorato favorevole al Governo in carica, visto almeno come un male minore, che non si manifesta nei sondaggi? Questo è il principale interrogativo che alimenta l’attesa sui risultati di domani. Una variabile che potrebbe condizionare, ma forse non in modo così decisivo, gli esiti successivi di cui si comincerà a discutere una volta che si conoscerà l’esito.

La possibilità che i sondaggi siano errati per questo motivo si è rivelata effettiva nelle recenti elezioni inglesi, dove Cameron alla fine ha conquistato un’inattesa maggioranza assoluta. Nel caso spagnolo, tuttavia, non è comunque in gioco la possibilità che il primo partito, come nel 2011, possa superare il 40% dei voti e, quindi, la maggioranza assoluta dei seggi. Il Partido Popular è dato primo da tutti i sondaggi, che però gli attribuiscono sin qui solo un 25% dei voti e, quindi, circa un 30% dei seggi. Se fosse presente l’effetto Cameron, il Pp potrebbe superare il 30% dei voti e avvicinarsi al 40% dei seggi: non poco, ma basterebbe per la formazione del Governo? Il sistema dei partiti si è notevolmente complicato: mentre in precedenza popolari e socialisti sommati arrivavano regolarmente all’80%, ora invece vi è un certo equilibrio tra queste due forze tradizionali e i due nuovi sfidanti nazionali (Podemos, che si posizione a sinistra del Psoe; Ciudadanos che si situa al centro). Pertanto da stasera, al di là dell’incertezza prima segnalata, ci muoveremo comunque in una terra incognita.

Quando a gennaio si riunirà la nuova Camera (si rinnova anche il Senato, che però non dà la fiducia al Governo) l’incarico per formare il Governo dovrebbe ancora spettare a Rajoy. Non è però chiaro come possa riuscire a raccogliere una maggioranza. Il quorum all’inizio è fissato alla maggioranza assoluta dei componenti; poi scende alla maggioranza relativa, ossia bisogna che i Sì battano i No, astenuti e assenti non si contano. Anche qui, però, gli ostacoli non sembrano facilmente superabili. Avere il 30 o il 40% dei seggi non sarebbe una differenza irrilevante, però Ciudadanos sembra disponibile solo a dare un’astensione, non un voto favorevole, e non si vede come i Sì possano battere i No, dato che Psoe e Podemos voterebbero comunque contro e così quasi tutti i partiti regionalisti, dato che il Pp è in assoluto il partito più centralista. A quel punto il secondo incarico potrebbe passare a Sanchez del Psoe, se risultassero confermate le previsioni secondo cui tale partito riuscirebbe ad arrivare secondo: anche in questo caso, però, ammesso e non concesso che riesca a realizzare un accordo con Podemos, non si vede come i Sì possano battere i No. Ciudadanos anche in questo scenario potrebbe solo astenersi, ma il Pp voterebbe contro e forse anche molti partiti regionalisti.

A complicare il quadro, in un Paese che dal 1978 a livello nazionale ha sempre avuto solo governi monopartitici e mai coalizioni, vi è il fatto che la distanza polemica tra popolari e socialisti è molto elevata e che quindi non appare plausibile il ricorso alla formula della grande coalizione alla tedesca. Non si può quindi escludere a priori che la Spagna sia costretta a nuove elezioni a ripetizione: se infatti trascorrono due mesi dalla prima votazione sulla fiducia senza che la Camera sia riuscita a dare il via libera a un Governo si va a uno scioglimento automatico. Insomma mentre con l’Italicum l’Italia sembra spagnolizzarsi e andare verso un Governo monopartitico, la Spagna sembra precipitare nello scenario italiano del 2013.

Vuoi ricevere Democratica sulla tua email?

Iscriviti alla nostra Newsletter!

Ricevi le notizie di Democratica una volta al giorno direttamente nella tua email.

Vedi anche

Altri articoli