In nome del compagno Z

Opinioni

Spesso abbiamo colpevolmente sottovalutato il patrimonio inestimabile rappresentato dalla comunità politica del nostro partito

Se dovessi descrivere le sensazioni provate in questi ultimi giorni difficilmente potrei fare riferimento a concetti positivi. Sono state giornate davvero lunghe scandite da ore telefonate e confronti con compagni da tutta Italia. Un complesso e collettivo intreccio di angoscia per un filo che si percepiva come sempre più sfilacciato, unito alla difficoltà di capire le ragioni profonde di un dibattito che sembrava sempre più irrimediabilmente compromesso.

Per quale motivo siamo arrivati a questo punto? Davvero, come ha scritto qualche commentatore, era solo il collante della legge maggiorata a tenere unito il nostro partito? Sono domande che attanagliano le mie riflessioni di queste giornate e, devo confessarvi, faccio ancora fatica a darmi delle risposte convincenti e puntuali.

Quello che più mi rattrista è sicuramente la superficialità con cui questa vicenda si va consumando. Una superficialità che ha visto la parola scissione sbandierata sui giornali per mesi, quasi come fosse arma di minaccia interna o mezzo con il quale mettere qualcuno all’angolo, quasi come se si stesse parlando di una parola qualsiasi. Ma le parole in politica sono pietre e, se le azioni sono poi conseguenti, generano effetti dirompenti magari non previsti, magari neppure voluti. Mi chiedo poi se, in queste settimane, si sia realmente riflettuto sulle conseguenze di quello che potrebbe accadere al nostro mondo, a quel mondo di “compagni z” a cui un brillante intervento della scorsa assemblea nazionale faceva riferimento. Si è pensato agli iscritti, ai nostri militanti, al valore del loro tempo? Ci si rende conto che non stiamo parlando di numeri seriali di un tesseramento, ma di volti, storie, amori e passioni? Forse no, forse non del tutto. Sicuramente, se siamo arrivati a questo punto, non abbastanza.

A fare qualche rapido conto questo partito ha quasi compiuto dieci anni, pochi rispetto al panorama di alcuni sistemi politici europei, eppure sufficienti perché si siano consolidati rapporti umani che, con una scissione, sarebbero irrimediabilmente infranti. Davvero qualcuno pensa di poterli ricomporre una volta sfasciato tutto? Spesso abbiamo colpevolmente sottovalutato il patrimonio inestimabile rappresentato dalla comunità politica del nostro partito, spesso lo abbiamo vissuto semplicemente come truppa da mobilitare a piacimento su battaglie decise altrove.

Le donne e gli uomini, le ragazze e i ragazzi che vivono questo partito con quotidiana passione sono il nostro vero grande tesoro, il nostro asso nella manica, il punto centrale dal quale ripartire per rifondare il Partito Democratico. Se vogliamo dimostrare di aver capito il cambio di fase che attraversa il mondo e che mette in fibrillazione le democrazie rappresentative credo serva assumersi, in vista del congresso, una responsabilità comune e rifondativa del nostro partito. Ripartiamo dalle origini, dalla saggezza dei fondatori, guardiamo la nostra storia e riflettiamo senza arroganza su cosa ha funzionato di più e cosa meno. Coinvolgiamo chi in questo partito ci è nato e riflettiamo sulle idee, su come organizzarle, sul nuovo ruolo da attribuire alla partecipazione di tutti noi. Le leadership saranno una conseguenza.

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