La buona politica di Rutelli “contro gli immediati”

Opinioni

Una riflessione politologica fondata sul primato del “tempo medio”

Un inedito Francesco Rutelli in posa filosofica verso il mondo e le terribili inusitate contraddizioni della postmodernità, ci intriga molto in questo suo Contro gli immediati (La nave di Teseo, pagg. 237, euro 18).

Un po’ diario di bordo, un po’ memoriale, un po’ pamphlet, in un mix stilistico che trova una sua misura e una sua propositività politico-intellettuale, e che chiarisce sin dall’inizio il bersaglio dei suoi meditatissimi strali critici: le leadership assertive, confusionarie e affabulatorie, la famigerata “disintermediazione”, oppio della Comunicazione del terzo millennio, che è, per l’appunto, rifiuto premeditato di dialettiche ed etiche del compromesso, delle polifonie che affiorano dalla società civile, e di quel tempo della riflessione, della ponderatezza e del confronto surclassato dal velocismo di frettolose e vertiginose tecniche di convincimento emotivo delle masse e di fruttifera manipolazione dell’opinione pubblica.

Ovvero, il veleno del nostro tele-Sistema che si auto-fomenta passando da menzogne comiziali agli algoritmi della Rete, da un controllo sempre più capillare su bisogni e desideri all’insignificanza più autoreferenziale di buona parte dei discorsi pubblici, rigorosamente in diretta tv, che tutto fanno tranne che inaugurare fasi collettive di affrontamento e superamento dei problemi epocali che ci attanagliano.

Pur all’interno di frequenti digressioni autoincensanti, quasi come clausole di salvaguardia del proprio passato all’interno delle istituzioni, e cercando di ignorare note che ricostruiscono in maniera un po’ pedante la propria araldica familiare, il libro di Rutelli si propone come un gradevole manuale postideologico della “buona politica”, recuperando con onore e precisione tutto un patrimonio filosofico, letterario, umanistico, artistico che è stato oggi soppiantato dalla brevità delle esternazioni di chi a vario titolo si occupa di cosa pubblica, dalla miseria dei repertori ideali, dalla ripetitività dei proclami, dal pressapochismo delle auto-promozioni (meglio se a favore di telecamera in qualche talk), dalla sinteticità degli interventi prospettati che sanno tanto di lacerazione del vivere democratico, di auto-assoluzione, di riduzionismo delle questioni stesse, di collusione col brutto e con l’ingiusto.

Come quando, per esempio – richiama Rutelli -, vediamo in qualche breaking news le immagini dell’ennesimo arrivo di una carretta del mare a Lampedusa o in qualche altro attracco e ci facciamo irretire solo da quegli scorci o dalle tante statistiche messe a corredo di un classico servizio giornalistico sul tema immigrazione. Ignorando la filiera della manovalanza che ha creato quel traffico, la corruzione, le responsabilità di noi tutti, il viaggio disumano fatto da tanti profughi, l’assurdità e insostenibilità di eventi del genere di cui cogliamo solo il fastidio per le nostre sicurezze. E allora, avverte Rutelli, bisogna rivolgersi “a chi ignora tutto ciò che può, che deve, o che non deve avvenire dopo quello sbarco; a chi, assumendo l’immediatezza di un fatto, assume di ignorarne – oltre che delegarne – le complessità, e può finire, con i propri stessi convincimenti, ad alimentarne irrazionalità, intolleranza e, sì, razzismo”. E ancora: “Quanto più lo spirito critico declina e il rancore decolla, tanto più la conquista del consenso e del potere, e il suo mantenimento, hanno bisogno di una comunicazione immediata”.

L’accelerazione, l’istantaneismo, l’istintività desolidarizzata e desimbolizzata, ecco lo spettro e l’abisso della contemporaneità nelle sue relazioni sociali e politiche, nazionali e internazionali, di mercato e di valori, economiche e assiologiche. E fa bene Rutelli a recuperare le semplici, lucide e ineludibili interpretazioni che vocabolari e voci storiche danno della parola immediato: come di qualcosa che non ha soluzioni di continuità, non vede e non vuole ostacoli, che si dà intuitivamente (ma nell’intuizione di chi?), che si mostra alla lunga azzardata, immatura, troppo scorrevole e apparentemente neutrale, distrattiva e distruttiva.

La società oggi, ammonisce Rutelli, completa il suo percorso di disgregazione e anomia mostrandosi liquida, aleatoria, sempre prossima alla scadenza e inconsistente in ogni manifestazione, pura scultura sempre cangiante di identità, simboli, gusti e desideri.

Un “perpetuum mobile” autopropulsivo, un perenne stato di flusso che non dissolve le forme in vista di una solidità maggiore e meglio partecipata da tutti, ma le congela nell’incisività sempre reiterata del profitto, delle aspettative, della gratificazione più effimera la cui perfetta bandiera è l’alternanza di caratteri impermanenti, la profusione di opzioni.

Pur condividendone la temporalità spezzata, è l’esatto contrario della creazione, della reinterpretazione delle esperienze, di quel “polilogo” – come diceva Bauman – che unisce più voci, più anime senza le ovvietà e gli stereotipi del potere ufficiale. Il criterium existendi è quello di dare prezzo a tutto, usare tutto come mezzo, velocizzarsi nell’irriflesso, impoverire anticipatamente la ricchezza semantica delle nostre azioni, irretire la morfologia stessa di ciò che pensiamo, visto che tutto ciò che risulta impertinente, improduttivo o impreciso rispetto alle pulsazioni del Sistema viene da questo defibrillato e disdettato, o compartimentato, o depennato.

Al contrario, Rutelli intravede (come opporglisi) una sorta di euritmia sociale fondata sul “tempo medio” e non sul corto respiro, le astuzie, i duelli mediatici, le parole-chiave, le affermazioni confortevoli o sterminatrici dell’avversario.

Un tempo medio che sa di recupero del lavoro, della formazione, dell’inventiva, del rispetto reciproco e delle asprezze del vivere “cui vanno aggiunti i doni carismatici di saper trasmettere ottimismo e creare legittime attese; e la dedizione a favorire coesione civile, anziché giocare su tensioni, conflittualità, paura”.

Piccolo appunto: ogni volta che Rutelli con molta chiarezza spinge le sue osservazioni verso singoli personaggi politici o sigle di partito, vi allude solo ma non li cita direttamente, pur venendo colti senz’ombra di dubbio da un lettore mediamente accorto. Ecco, per l’elogio del tempo medio serve talvolta anche il coraggio dell’immediatezza nel capire subito il target da centrare, il modello da non emulare più, il reuccio da disarcionare, il cammino da cui deviare subito, il più presto possibile. Imbrigliare subito i fantasmi eviterebbe di cristallizzare un Paese in un castello misterioso vicino a una palude, quale adesso è.

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