Ecco la Cittadella dello Sport: un sogno per tutti gli atleti paralimpici

Opinioni

Per questo progetto il Governo ha stanziato 6 milioni e mezzo che lo renderanno un’opera all’avanguardia nel mondo

L’inaugurazione della Cittadella dello Sport paralimpico, un modello unico nel suo genere, deve essere celebrata, come si fa quando si inaugura una grande infrastruttura di interesse strategico per il paese.
Passeggiando in questo complesso in cui strutture per sport paralimpici e strutture per sport olimpici sono intrecciate senza barriere come in un abbraccio, mi è tornata alla mente un immagine sedimentata da qualche parte nella mia memoria. E’ l’immagine di un altro abbraccio. L’abbraccio tra un atleta e il suo allenatore. Un atleta paralimpico e un allenatore che disabile non era. L’abbraccio forte, intenso, infinito fra un uomo in sedia a rotelle e un uomo che camminava sulle sue gambe.
L’abbraccio tra Oscar De Pellegrin e il suo allenatore Aldo Andriolo a Londra 2012, dopo la finale del tiro con l’arco, una delle discipline in cui non esistono distinzioni tra atleti disabili e normodotati. Oscar De Pellegrin non ha qui bisogno di presentazioni: a Londra, alla sua ultima olimpiade, arrivava già carico di medaglie. Ma non aveva mai vinto l’oro nel tiro con l’arco individuale. Quella di Londra era la sua ultima possibilità.
E all’ultima gara della sua vita, all’ultimo tiro della finale, all’ultima freccia dello spareggio, Oscar, quella possibilità la coglie. E conquista l’oro.
E in quell’abbraccio di gioia, esultanza, sollievo e condivisione fra Oscar e il suo allenatore, io ci vidi una ricchezza immensa per tutti noi: una ricchezza reciproca e inestimabile che rende migliori tutti. Oggi Oscar è uno degli ambasciatori dello sport paralimpico, e qualche giorno fa, in occasione della presentazione di un progetto del Cip, ha pronunciato parole che mi hanno colpito profondamente: “Nella nostra società, quello che non si conosce, si esclude. Noi del movimento paralimpico dobbiamo essere i principali attori per farlo conoscere. E dobbiamo dare una speranza ai ragazzi che ancora non ce l’hanno fatta”. Sono parole che ci fanno capire che il cammino da fare è ancora lungo e che il nastro che tagliamo oggi non può essere quello della linea del traguardo.
Per questo il Governo, attraverso il Cipe e il Ministero dello Sport, ha stanziato 6 milioni e mezzo per il completamento di questo centro con un palazzetto polifunzionale e una foresteria, che lo renderanno davvero all’avanguardia nel mondo.
E sempre su questa strada, qualche mese fa, su proposta del Governo il Parlamento ha approvato il riconoscimento del Comitato Paralimpico Italiano come Ente Pubblico. Un atto che non è puramente formale. E’ un atto che riconosce l’utilità pubblica del Cip e di luoghi come questo Centro. Utilità pubblica, è bene sottolinearlo, che non è esclusivamente rivolta alla comunità delle persone con disabilità, ma è rivolta alla crescita e lo sviluppo della società tutta, nel suo insieme. Un’utilità pubblica che travalica i confini dello sport per arrivare nei presidi medici e nelle unità spinali degli ospedali (ogni persona che da un letto d’ospedale troverà attraverso lo sport la forza di reagire sarà la prova di quanto sia stato importante questo impegno che ci siamo dati).
Per concludere, lasciatemi ricordare che, ormai quasi 60 anni fa, proprio da qui, da Roma, dal centro Inail di Ostia, (a pochi chilometri da dove ci troviamo ora) per la prima volta scienza, medicina, sport, e buona politica si univano per dare vita e corpo a quella che oggi viene considerata la prima Paralimpiade della storia, i Giochi Internazionali per paraplegici del 1960.
Grazie alla visione, alla tenacia, all’umanità di un uomo, il dottor Antonio Maglio, direttore di quel centro, qui a Roma, per la prima volta nella storia 400 atleti disabili di 23 nazioni si sono sfidati in tante discipline sportive per 6 giorni di gara. Oggi, di fronte a questa cittadella all’avanguardia, possiamo perfino permetterci di sorridere ricordando che in quella pionieristica edizione gli atleti furono ospitati in un villaggio olimpico nuovo di zecca ma pensato solo per atleti olimpici, pieno di barriere architettoniche e completamente inadatto ai disabili. Gli atleti paralimpici dovettero essere portati nei loro alloggi a braccio dai militari dell’esercito. Ma quello era un inizio. Era l’inizio di un cammino che ha portato fino a Rio 2016 e che ci porterà ancora molto lontano.
Il sogno e l’augurio, ma anche l’impegno, è che la Cittadella dello sport paralimpico possa essere un altro inizio, un’altra pietra miliare su cui costruire un grande futuro.

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