La destra è tornata

Opinioni

Dal frullato post-ideologico è uscita la vecchia ricetta che taglia le tasse ai ricchi e la sanità a tutti

Aumento delle spese militari e riduzione della spesa sociale, tagli alle tasse per i paperoni di Wall Street e demolizione della riforma sanitaria di Obama, e poi ancora «bando ai musulmani», muro ai confini con il Messico, dichiarazioni pressoché quotidiane che rasentano l’incitamento all’odio per ogni forma di diversità e ogni genere di minoranza. Avevamo sperato che il presidente Donald Trump avrebbe perso o almeno ammorbidito i tratti più inquietanti del Donald Trump candidato, ma almeno finora dobbiamo riconoscere che li ha invece, se possibile, persino accentuati.

Nel profilo che si va definendo c’è tuttavia un elemento chiarificatore, che potrebbe far compiere un passo avanti anche al dibattito politico italiano ed europeo. Basta scorrere il sommario elenco da cui siamo partiti: tutto si può dire, ma non che non si capisca quali siano le coordinate politico-culturali, se non si vuole dire ideologiche, del nuovo presidente. Dopo tante discussioni sulla terra incognita in cui eravamo entrati, sulla perdita di ogni punto di riferimento e di ogni vecchia certezza, questo nuovo mondo mostra tratti piuttosto famigliari, sebbene, certo, niente affatto rassicuranti.

Da tutto il grande frullato post-ideologico di questi anni, e da tutte le discussioni su natura e collocazione dei nuovi populismi, è uscita la solita vecchia ricetta. Quella che taglia le tasse ai ricchi e la sanità a tutti, che aumenta le spese militari e riduce la spesa sociale. In poche parole: la destra. E la sinistra? Qui le risposte si fanno meno facili. È evidente, in tutta Europa, la tentazione di rispondere con una ricetta uguale e contraria, in una corsa alla radicalizzazione che a sinistra comporta tra l’altro, parafrasando Nenni, il rischio tragico di una guerra tra puri sempre più puri che si epurano l’un l’altro, procedendo così per scissioni successive fino all’esito previsto dalla caricatura di Fausto Bertinotti messa in scena da Corrado Guzzanti: una sinistra composta di centinaia di microrganismi , praticamente invisibile.

Del resto, se c’è un terreno su cui, specialmente in Italia, possiamo dire di essere arrivati prima di tutti, è proprio quello del populismo di sinistra. Basta guardare alle parole d’ordine dei Cinquestelle: non ce n’è una, dalla lotta contro la «casta» al giustizialismo, dall’assemblearismo al radicalismo paleoambientalista, che non venga da intellettuali, giornalisti e scrittori di sinistra (o perlomeno a lungo spacciati per tali). Tanto che lo stesso Movimento 5 Stelle, almeno fino a tempi recentissimi, ha potuto accreditarsi in molti ambienti come la vera sinistra, addirittura come sinistra radicale. Anche da questo punto di vista, c’è da augurarsi che la trasparente realtà del trumpismo illumini tanti pigri osservatori italiani.

La verità è che negli ultimi venticinque anni la sinistra si è dimostrata spesso, insieme, aristocratica e plebea, corriva con l’establishment nel promuovere politiche di rigore da destra liberale, ma non meno corriva con le peggiori pulsioni antiistituzionali, giustizialiste e ribelliste che essa stessa ha talvolta alimentato. Ma non è sempre stato così.

E chissà che il riemergere di alcune categorie e di alcuni confini politico-culturali, sia pure nelle forme preoccupanti che vediamo oggi in Europa, non permetta almeno di superare una certa idea di modernizzazione che ha a lungo incantato il fronte progressista, con l’idea che destra e sinistra fossero distinzioni ormai superate, spingendo molti a mantenere soltanto il peggio dell’una e dell’altra tradizione. Sarebbe bello, insomma, se la risposta alla sfida della nuova destra venisse oggi da una sinistra che non fosse al tempo stesso elitaria e populista, ma democratica e popolare. Più rigorosa nel difendere lo stato di diritto e meno rigorosa nel difendersi da ogni contatto col popolo. Com’era una volta, sissignore.

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