La legge, l’ottimismo della volontà e il pessimismo della ragione

Opinioni

Per il M5S l’esito migliore è che non si faccia nessuna riforma per addebitarne la responsabilità agli altri

Il PD è orientato a un sistema maggioritario per ragioni identitarie: è nato con l’idea di essere il perno di uno schieramento di governo deciso dagli elettori, attingendo a quelle riflessioni che avevano portato, al termine del primo sistema dei partiti, alla nascita del movimento referendario. “Il cittadino come arbitro” di Ruffilli è stato il richiamo più forte contro la deriva oligarchica che aveva portato a confuse combinazioni post elettorali. Non a caso la tesi 1 dell’Ulivo del 1996, prima di entrare in proposte specifiche, recitava: “Dai partiti del passato che interferivano con la vita delle istituzioni si deve passare, anche attraverso nuove regole, a partiti programmatici che si impegnano a perseguire obiettivi di legislatura e che ne rispondono con un preciso mandato politico davanti ai cittadini-arbitri.” Su questo non esistono differenze tra i candidati alle Primarie. Non c’è pertanto dubbio che, quali che siano i risultati di domenica, il Pd, con un grande ottimismo della volontà, si presenterà saldo in Parlamento ed esigerà che ognuno si assuma la propria responsabilità, come richiesto dal Presidente Mattarella.

In realtà il Pd è stato chiaro anche sino a qui. La ragione per cui non si sono ottenuti risultati non è la campagna delle primarie né il fatto che si sia fatta una proposta anziché un’altra. Il punto è che non c’è una maggioranza né su questa impostazione né su un’altra alternativa. Si potrebbe obiettare: ma se vi sono tre schieramenti principali, tutti intorno al 30% e tutti potenzialmente vincitori, non si potrebbe convergere su un sistema che, a determinate condizioni, possa favorire la vittoria del primo? Chi ragiona così non ha chiare due coordinate.

La prima è relativa al Movimento 5 Stelle che è un partito necrofilo: esso sa di prendere voti nutrendosi in negativo degli errori altrui. Per il M5S l’esito migliore è che non si faccia nessuna riforma per addebitarne la responsabilità agli altri. La seconda è relativa al centrodestra: se la Lega non cambia la posizione lepenista attuale essa non è sommabile a Forza Italia in una coalizione nazionale. Dando per credibile il successo di Macron, chiunque si trovi a governare in Italia dopo le elezioni tedesche si troverà un fronte compatto degli altri Paesi fondatori dell’Europa, con in più la Spagna, teso a chiedere una decisa integrazione politica. Il Governo non potrà quindi comprendere forze che la pensino diversamente sull’introduzione di un referendum sull’Euro o sulla sorte della moneta.

Berlusconi non può quindi volere un sistema in cui rischi di vincere insieme alla Lega perché una volta insediato il Parlamento non sarebbe comunque in grado di governare. Del resto l’ultimo suo esecutivo è caduto per un dito alzato da Bossi contro richieste europee. Nel contempo, però, la forza del Pd è tale da impedire il possibile peggioramento delle leggi elettorali abbassando le soglie di sbarramento.

Freddamente, quindi, l’esito più probabile è lo stallo. Forse saranno possibili interventi migliorativi minimali, come circoscrizioni più piccole e la doppia preferenza al Senato, ma di effetto sistemico limitato. Quello che concretamente si può fare è spiegare questo all’opinione pubblica, cercare di raccogliere il 40% dei voti sia alla Camera sia al Senato e, comunque, inserire nel programma del Pd come impegno primo per la prossima legislatura l’uscita dalla palude in cui siamo piombati dal 4 dicembre. Probabilmente solo questo è nelle nostre mani e, pertanto, questo va fatto con tenacia.

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