La nostra attenzione strategica per la Ricerca

Opinioni

Mettere Università e Ricerca al centro delle priorità per far crescere il Paese

Mettere Università e Ricerca al centro delle priorità. Per far crescere il Paese, per dare protagonismo alle nuove generazioni, per combattere le diseguaglianze. Nella legge di bilancio ci sono misure importanti, da cui emerge un progetto strategico. Diritto allo studio, reclutamento di nuovi ricercatori, valorizzazione dei dottorandi, recupero scatti stipendiali dei docenti, stabilizzazione dei precari degli enti di ricerca e ancora altro. Frutto della sinergia tra il lavoro della ministra Fedeli e del presidente Gentiloni e l’iniziativa politica del Pd. A questo si aggiunge una misura di grande portata: lo stanziamento di 400 milioni per i Prin e la ricerca di base, che pone le condizioni per un rilancio imperniato su una programmazione nazionale che superi la frammentazione, sull’integrazione tra Università ed Enti, sul legame tra ricerca-imprese-territori, sul presidio delle grandi frontiere tecnologiche.

Nel nostro Paese, quando la crisi economica più drammatica del dopoguerra era già arrivata, mentre molti Governi reagivano puntando su ricerca e innovazione, tra il 2009 e il 2010 Tremonti operava tagli insostenibili all’Università pubblica. Il combinato tra i tagli e le norme Gelmini hanno costretto il sistema ad una dura involuzione, con i forti sempre più forti ed i deboli sempre più deboli. Sono diminuiti drasticamente immatricolati, laureati, ricercatori, docenti. È aumentata invece la precarietà, sempre meno fisiologica e sempre più cronica.
Nella crudezza di questi elementi, c’è l’essenza della ‘questione universitaria’.

C’è un nesso stretto tra futuro dell’Università e futuro del Paese. Nonostante la ripresa economica ed occupazionale, dovuta in particolare alle misure redistributive del Governo Renzi, le ferite della crisi rimangono. Crisi sociale e democratica. Ingigantita da politiche sbagliate: austerità e rigorismo. C’entra l’Università? Si. C’entrano i tagli, il definanziamento, la marginalizzazione dall’agenda politica, il discredito nel discorso pubblico, la delegittimazione nel senso comune. L’Università è cittadinanza, è rimuovere gli ostacoli all’eguaglianza, allo sviluppo, alla partecipazione.

Quale Paese e quale Università vogliamo? Ristretta, selezionata sulla base del censo, concentrata solo in alcune zone? … un modello sbagliato e dannoso, che allontana il Paese dalla sua vocazione al capitale umano e all’innovazione, che ci rende marginali in un contesto mondiale in cui le economie competono per ricerca avanzata, per qualità e capillarità di alta formazione.
Per una società di diritti e opportunità, abbiamo bisogno di un modello largo di Università, non più parametrato su un’offerta angusta (per mancanza di finanziamenti), ma sulla domanda, sul grande potenziale delle nuove generazioni (affrancandole dalla crisi). In cui la valutazione non si sostituisca alla programmazione politica, in cui i meccanismi premiali non diventino una rendita, in cui l’autonomia si rafforzi sempre più secondo logiche virtuose e responsabili, nel quale venga riconosciuta centralità alla didattica e siano semplificati ruoli e figure.

Serve un’alleanza tra politica e soggetti del settore, mettendo da parte incomprensioni, diffidenze, corporativismi. Tenendo insieme, in una visione strategica, politiche per alta formazione/industria/mercato del lavoro/pubblica amministrazione. Dando alla politica un ruolo primario rispetto a tecnicismi che se non governati diventano conservativi e regressivi. Recuperando l’insostenibile divario territoriale. L’urgenza più grande riguarda il diritto allo studio: avere un sistema per l’accesso in linea con i Paesi più avanzati. Questa legislatura ha costituito uno spartiacque: i fondi per le borse sono quasi raddoppiati ed è stata introdotta la misura rivoluzionaria della ‘no tax area’, fortemente voluta dal Pd. Ma serve di più. Servono opportunità e standard uguali in tutte le regioni: vanno introdotti i livelli essenziali per le prestazioni di servizi e welfare studentesco.

Un Paese che non studia non ha strumenti, né anticorpi, né consapevolezza. È preda di irrazionalismo, paure, fake-news. L’antiscientismo attecchisce dove c’è un cattivo rapporto tra opinione pubblica e Università, la cui delegittimazione è una grande questione democratica. Sullo scarso numero di immatricolati pesa la strozzatura di chi proviene da istituti tecnici e professionali. Una barriera di ‘classe’. Serve un segmento cruciale: lauree professionalizzanti in filiera con tecnici e professionali (il Miur ha appena varato la prima, fondamentale, sperimentazione.)
Un’università più grande ha bisogno di maggiori investimenti, di certezze e continuità dei finanziamenti. E c’è un punto politico, che va affrontato. Va superata la logica del numero chiuso. In una società che soffre di troppa esclusione, in cui ragazzi e famiglie sono angosciati dall’essere tagliati fuori, noi stiamo dalla loro parte e lavoriamo per includere. L’università va aperta. Apertura e qualità vanno insieme. Migliorando i livelli di accreditamento degli Atenei e l’orientamento verso lauree con maggiori opportunità lavorative.

C’è una misura che, potente e strategica, è fondamentale per rifondare il sistema, per renderlo europeo, affrontando i punti cruciali di crisi (esigenze studentesche; precarietà dei ricercatori; divario territoriale): il reclutamento strutturale e continuativo di 10 mila ricercatori di tipo B in 5 anni, l’arco temporale della prossima legislatura.
Per fare di diritto allo studio, università e ricerca il luogo decisivo in cui costruire un’Italia solida, inclusiva, coesa, sicura di sé, riferimento politico e valoriale in Europa, nel Mediterraneo, nel Mondo

Vuoi ricevere Democratica sulla tua email?

Iscriviti alla nostra Newsletter!

Ricevi le notizie di Democratica una volta al giorno direttamente nella tua email.

Vedi anche

Altri articoli