La “rivoluzione” secondo Emmanuel

Opinioni

Nel libro del nuovo presidente francese i concetti fondamentali del suo pensiero

Se la parola più ricorrente ieri, nel primo discorso da Presidente di Francia, davanti a suoi sostenitori in festa, è stata merci – grazie amici miei, grazie di essere qui, grazie per avermi accordato la vostra fiducia, grazie per esservi battuti insieme a me – una delle frasi più ricorrenti del libro “Rivoluzione” (edito da La nave di Teseo), in cui Emmanuel Macron racconta le idee che lo muovono, è questa: sono un uomo fortunato.

La storia della famiglia di Emmanuel è la storia di una conquista repubblicana dentro la provincia francese. Una conquista dovuta al “sapere”, come scrive lui. All’impegno e al talento.

Due genitori medici dediti al proprio lavoro, la fortuna di crescere in un ambiente che lo educa da subito all’istruzione come forma di apprendistato per la libertà, una vita quasi immobile quella della sua infanzia, fatta di tante letture, Molière e Racine per lo più, Georges Duhamel, autore che sua nonna aveva a cuore, Mauriac e Giono.

Senza subire imposizioni – enorme fortuna, ha ragione lui – Emmanuel decide di non seguire le orme dei genitori, come faranno invece i suoi fratelli.

Lascia Amiens per Parigi, finisce il liceo, prepara il concorso per ENA (école nationale d’administration), lo vince e prende a frequentare la scuola più prestigiosa nell’ambito dell’alta funzione pubblica.

Un percorso istituzionale, il suo. Tutto nei ranghi del sistema.

Un percorso che sceglie di interrompere, dopo l’esperienza nell’ambasciata di Francia in Nigeria, per approdare alla banca Rothschild.

Ed questa è una delle critiche che gli si è mossa con più veemenza. Famiglia borghese, studi tradizionali, ma soprattutto un mestiere – ex banchiere d’affari – che lo lega a un coté limaccioso, quello dei poteri forti, e a chissà quali intrighi di palazzo. Tuttavia è qui che avviene il primo guizzo.

Emmanuel rifugge dagli schemi e sceglie di correre alle presidenziali senza alcun appoggio.

Emmanuel fa a meno del partito. Libero da un modello che ha fatto dei compromessi a ribasso quasi una strategia, un modello che, come scrive lui, si fonda sulla rimozione delle divisioni solo per presentarsi alle successive elezioni tali e quali a prima. Né destra né sinistra, quindi. Nessuno dei due schieramenti, ma soprattutto nessuna traccia di quello spirito di decadenza che a suo parere è alla base di entrambi.

Il vero nemico, scrive Macron, non appartiene a una precisa formazione, il nemico più temibile è un paradigma di pensiero. Questo: il lassez-aller. Perdere la propria fiducia nel servizio pubblico, fare l’abitudine a ciò che non funziona, rassegnarsi a uno stato di quotidiana mortificazione. È questa l’insidia per cui vale la pena battersi.

Al contrario, rinunciare, fare spallucce, credere che il cambiamento non possa avvenire significa consegnare il paese agli estremismi di turno. A quelle promesse inattuabili e incoerenti, tutte sbilanciate verso un ordine ideale che non solo non può esistere ma che, in fondo, non è mai esistito.

Parte da qui la visione di Emmanuel Macron, da una rinnovata fiducia verso lo stato e la comunità, dal credito che viene dato alla possibilità di pensarli in modo radicalmente diverso.

L’esistente, scrive lui, per quanto non soddisfi nessuno, viene ritenuto “a priori” migliore di quello che potrebbe esistere, ma che ancora non conosciamo.

La mia politica è a favore del cambiamento. Una politica del pro, quindi, e non del contro.

Ma non è solo la politica a declinarsi pro qualcosa, lo è anche il suo concetto di libertà.

Il cittadino di cui parla Macron è libero di agire a patto che con le sue azioni non danneggi nessuno, ma è anche libero di esprimere se stesso seguendo il suo personale talento, qualsiasi esso sia.

Il cittadino a cui pensa Macron abita in una società in cui lo Stato non assicura solo “sicurezza” ma diventa anche “il primo motore di investimento sociale”.

Al di là del programma punto per punto – che alcuni ritengono troppo vago -, quello che colpisce del libro è la visione di fondo. La capacità di cogliere la complessità del reale e di pensare a una risposta che prenda vita attorno a poche, decisive, parole.

Cambiamento versus ritorno (ritorno ai vecchi confini, ai vecchi contratti di lavoro, alla sovranità monetaria…), lavoro versus reddito universale di cittadinanza. E ancora: incontro,  cultura, investimento, solidarietà.

Fa l’esempio di Venezia, Macron. Città marina al culmine della sua grandezza, sul punto di diventare un polo industriale. Venezia travolta da un imprevisto: la caduta del regno di Costantinopoli. Di colpo, finisce il modello economico che l’ha resa grande. Il percorso della via della seta diventa meno sicuro e più costoso. Negli stessi anni, come se non bastasse, viene inventata la stampa. E come reagisce Venezia davanti a un contesto che muta e alle novità tecnologiche? Cambiando. La terraferma, fin lì trascurata, diventa una nuova frontiera. L’Est viene sostituito con l’Ovest. Il mare con la terra.

L’asse commerciale è adesso un altro: Genova, Barcellona, Siviglia. Così, mentre il commercio cambia rotta, l’agricoltura conosce nuovi fasti e artisti come Palladio, Genovese e Giorgione reinventano la città. La lezione di Venezia consiste in questo, scrive Macron. Governare i cambiamenti non significa stravolgersi, rinunciare alla propria forza e rinnegare il passato. Venezia non ha rinunciato a nulla della sua sostanza, l’ha invece profusa nella riconversione.

E conclude così: quella di Venezia è una lezione che dovrebbe toccare da vicino anche noi francesi.


 

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