La scuola che ci servirebbe

Opinioni

Quando si agisce su misure che riguardano gli studenti spesso si guarda altrove, si studia poco e si copia molto, spesso a casaccio

Tanti pensieri si sono affollati nella mia testa leggendo ieri Cassese sul Foglio, come i diritti contrastanti ricordati dal giurista nella sua intervista. Per grandi linee sono d’accordo con lui: la scuola è fatta per assicurare i diritti degli studenti, quelli dei docenti sono un mezzo, non un fine. Mio padre, alla fine degli anni ’50, andò supplente nel Sulcis, quando la Sardegna appariva lontana quanto l’America.

Prima di trovar la mia strada dietro una cattedra, ho vagato per l’Italia e l’Europa per 15 anni. È vero quello che dice Cassese: essere insegnante significa diventare persona dello Stato, concetto desueto? Lo Stato si serve senza esitazione, se si crede nello Stato. Ma chi crede nello Stato? E lo Stato ha fatto in modo di credere nei docenti? Cosa s’è fatto della scuola negli ultimi decenni? Mercato.

Sono stati i docenti a mettere in primo piano se stessi o è stata usanza del potere di trovarsi clientes a basso costo? Privilegiando ora l’uno, ora l’altro gruppo e non avendo mai il coraggio di dire di no? Quando lo ha fatto o lo fa, quel potere cade, di fronte al potere più grande della politica: i numeri. Quello dei docenti è il comparto più numeroso. Il senso comune agisce potentemente quando si discute di scuola (col portato di giudizio e pregiudizio), poco il buon senso e pochissimo la scienza.

È la struttura che crea il sentimento e i sentimenti dei docenti di oggi nascono da una struttura confusamente messa a punto da provvedimenti di volta in volta contrapposti, tutti di segno parziale, mai complessivo, raramente derivanti da un dibattito adulto e maturo con chi si occupa nel mondo della ricerca di sistemi d’istruzione ma sempre figli di aggiustamenti, di esigenze parziali ora dell’una ora dell’altra fascia di precari.

Quando si agisce su misure che riguardano gli studenti spesso si guarda altrove, si studia poco e si copia molto, spesso a casaccio; la necessità del dato e di una valutazione di sistema, importata con la lezione americana di Visalberghi è divenuta ossessione anche collettiva per il dato, per la raccolta e la sua divulgazione, ma non c’è la conseguenzialità, cioè azioni sempre pertinenti, di sistema, legate a quei dati. Faccio un esempio: dagli anni ’60 e con le rilevazioni degli ultimi anni viene fuori la stessa identica fotografia, quella dei divari Nord Sud nei rendimenti degli studenti. Quello che Don Milani chiamava “condizionamento sociale” la misura del “peso” nel successo scolastico del contesto economico, geografico e, soprattutto culturale della famiglia, ed è un peso decisivo.

Nei contesti deprivati, quei dati dicono che l’aver frequentato l’asilo disegna un destino diverso e anche l’ave r frequentato il tempo pieno. Ebbene, al Sud, dove i dati percentuali di insufficienze nelle competenze di base, di povertà educativa e di dispersione scolastica sono massimi non ci sono né asili né tempo pieno.

La politica non se ne preoccupa e non se ne occupa, salvo mettersi a fare i giri carpiati quando i “docenti deportati” chiedono di tornare al Sud. Sarebbe fare l’interesse dei docenti o dei bambini predisporre asili e tempo pieno anche al Sud, dove servono più dell’aria? Abbattere i divari scolastici è il primo tassello per abbattere le diseguaglianze in una nazione. Ho eluso il problema del presunto scarso senso dello Stato dei docenti? Può darsi, ma è un dato di sistema: è assai diffuso in ogni ambito della pubblica amministrazione. Sui dati sistemici non si agisce col giudizio ma con azioni di sistema. Sulla Buona Scuola avrei voluto un dibattito di tipo diverso, se non c’è stato è colpa di tutti in modo diverso.

È difficile governare un mondo mutevole e frammentato, ancora legato a ideologie gentiliane qual è la scuola italiana. Una frammentazione spesso confusa con l’autonomia. Docenti? Quali? Quelli delle elementari? Delle medie? Di prima fascia? Del “tfa”? Che studi hanno fatto? Sono professori, ex studenti dei licei e delle facoltà di lettere che ancora orientano i ragazzi per rendimenti e non per attitudini, e dunque per censo, perché i rendimenti sono figli di quello? O è un commercialista che ha fatto il concorso ed è piombato in cattedra? È responsabilità loro, o del percorso selettivo che la politica ha messo in campo?

Due grandi indagini internazionali sul rapporto tra qualità di un sistema d’istruzione e docenti, il rapporto Talis del 2013 e The learning curve del 2014, confermano che uno dei fattori determinanti per la qualità è la formazione iniziale e la selezione dei docenti. La recente Riforma sulla Scuola, che a mio parere ha molti aspetti positivi e altrettanti negativi, contiene comunque un invito a ragionare di innovazione didattica, anche se poi quell’invito non risulta inquadrato in una cornice pedagogico didattica chiara e coerente, dandola per scontata, quando invece la platea dei docenti, precari e di ruolo, è troppo diseguale, non ha un lessico comune e troppo diverse sono le condizioni non solo contestuali, ma di offerta e organizzazione scolastica; il prevedere e guidare l’impatto delle scelte, oltre che organizzarne bene la messa a terra, doveva essere uno degli elementi stessi della legge.

Risulta allora quanto mai necessaria e da pensare bene la delega di riforma sulla formazione e selezione dei docenti, per ridare un orizzonte e una direzione comune e chiara ai due livelli del mestiere dei docenti: quello personale, legato alla propria condizione di lavoro e alla carriera e quello culturale e sociale, legato al ruolo, ai metodi e allo sviluppo delle competenze specifiche in modo da ricomporre adeguatamente interessi legittimi oggi tra loro contrastanti.

È necessario ad esempio riunire scuola e ricerca educativa ed è una delle finalità della delega, dunque parlare pubblicamente non di graduatorie ma di saperi disciplinari e di competenze professionali dei docenti, come degli studenti, di sapere e sapere agito, di innovazione dei processi e non solo tecnologica; qualificare le scelte pedagogiche e didattiche dandone senso, traccia e consapevolezza condivisa e diffusa, come è per ogni ricerca. Valorizzare, come lavoro intellettuale e professionale, un mestiere per troppo tempo considerato nel suo aspetto impiegatizio.

Siamo di fronte all’immensa sfida epistemologica del millennio: passare dalla trasmissione del sapere alla condivisione e creazione del sapere, sfida accelerata dalla rivoluzione digitale, con tutto il portato economico, sociale, culturale, di riorganizzazione e senso del lavoro che ne conseguono. La bella notizia è che molti docenti l’han già raccolta e sorridono quando le dispute sono sul voto quando la guerra è tra il principio di autorità e la distruzione di ogni autorevolezza, il frantumarsi dei corpi intermedi, anche in classe, tema caro in altri ambiti eppure non esplorato nel suo verificarsi nel mondo della conoscenza. Il terzo indicatore di qualità è la capacità del sistema di recuperare gli ultimi.

È stata la via canadese con lo Student Success Act, adottato tra il 2000 e il 2010, organizzando i docenti a quel fine. Oggi il Canada è tra i migliori sistemi d’istruzione. Diceva Albert Einstein: non ho fatto altro che mettere i miei allievi nelle condizioni migliori di imparare e fare. Dovremmo ripetercelo tutti e sempre.

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