La sfida si vince così: rimboccandosi le maniche e spalancando gli occhi

Opinioni

Questa è la sfida che dobbiamo raccogliere nei prossimi mesi: trovare chi è lontano da noi; ascoltarlo; parlargli di cose dure, come immigrazione, lavoro giovanile, questione meridionale; spiegarsi l’un l’altro.

Alessio De Pascali, dottorando del Sant’Anna di Pisa e iscritto al PD, ci ha inviato una sua bella riflessione che vi riproponiamo qui, nella nostra rubrica Community. Buona lettura.

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Ieri sera tornavo in treno da Napoli, reduce dalla Conferenza Programmatica del Partito Democratico. Non ero certo sul treno “di ascolto” di Renzi, ma un pochino ho ascoltato pure io. Stavo provando a mettere in ordine pensieri ed emozioni quando accanto a me si siede un ragazzo con una gigantesca valigia rossa, che non riusciamo a sistemare da nessuna parte. Interviene il controllore, mettiamo in sicurezza la bestia. Parliamo.
A 20 anni, Fernando stava lasciando il suo paese abbarbicato in collina per andare a lavorare a Torino. Palpitava di quieta emozione: aveva la faccia di uno che “chiamava la vita a una prova”. Ha passato un sacco di tempo al telefono: famiglia, fidanzata, amici, cugini, zii…il villaggio intero che salutandolo esorcizzava l’addio, si rifiutava di sciogliere l’abbraccio. E lui sentiva il morso immediato della nostalgia, la preoccupazione per la guagliona lasciata giù, l’ansia per il lavoro, la camera, l’abbonamento del bus: che vai a fare al Nord, compà?

Fernando ha studiato al conservatorio, suona il clarinetto, va a insegnare in una scuola per adulti. Mi ha parlato della sua grande passione, la musica. Mi ha colpito molto il fatto che, quando voleva esprimere un concetto importante, spalancava per un istante gli occhi: “La musica è emozione: se sei felice, come fai a suonare un pezzo triste?”. Mi ha detto che ha fatto ricerca sulla musica popolare e ha suonato in un gruppo importante. Io gli ho detto che la mia ragazza di Milano è rimasta stregata dalla taranta, e ormai balla meglio di me. La nostra musica popolare è apparentata, concordiamo: cambia il ritmo, ma parla sempre delle stesse cose: oppressione, amore, emancipazione. Poi ritorna al telefono per mezz’ora: sta guidando un suo amico nella compilazione di una domanda di lavoro. “Sai, io sono stato un po’ nel sindacato, le so fare ‘ste cose. Sono contento se posso dare una mano ai miei amici perché io sono fortunato: un lavoro…a vent’anni…”. Di nuovo, d’un lampo, spalanca gli occhi.
Tutta queste cose io le ho scoperte dopo che, appena partiti, Fernando mi aveva detto che non seguiva tanto la politica, che si doveva informare, doveva vedere, ma che così, a pelle, gli piacevano alcune posizioni di Salvini, “per esempio sugli immigrati”.

Sia chiaro, ognuno ha l’inviolabile diritto di formarsi le proprie idee e votare chi più gli aggrada; però a me girano le scatole quando penso che un ragazzo con una grande sensibilità artistica, che ama la musica popolare, che FA POLITICA al servizio dei meno fortunati nella vita di tutti i giorni, al Sud, in provincia di Salerno, possa finire a votare Salvini.
Io credo sia questa la colpa storica della classe dirigente di sinistra: aver perso di vista Fernando, che è di sinistra, e non lo sa.
Al tempo stesso, questa è la sfida che dobbiamo raccogliere nei prossimi mesi: trovare Fernando; ascoltarlo; parlargli di cose dure, come immigrazione, lavoro giovanile, questione meridionale; spiegarsi l’un l’altro. La sfida si vince solo così: rimboccandosi le maniche, e spalancando gli occhi.

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