L’anno della post-verità

Opinioni

Reso celebre dal dibattito sulla Brexit, il neologismo è divenuto centrale dopo le presidenziali americane

Venuto in primo piano già con la Brexit, il dibattito su fake news e post-verità è diventato centrale con l’elezione di Donald Trump. Per l’Oxford dictionary «post-truth» è la parola dell’anno. Su giornali e siti web americani l’accusa di propalare notizie palesemente false per deturpare l’immagine dei propri avversari è divenuta ormai motivo di polemica politica quotidiana.

L’ultimo caso, tragicamente comico, riguarda una guerra nucleare tra Pakistan e Israele che per poco non scoppiava sul serio, proprio sotto Natale, a causa di una tipica notizia-bufala. Questa: «Ministro israeliano della Difesa: se il Pakistan invia truppe di terra in Siria, distruggeremo il paese con un attacco nucleare». Il guaio è che alla notizia falsa ha risposto su twitter il vero ministro della Difesa pakistano, ricordando che «anche il Pakistan è una potenza nucleare» (l’omologo israeliano ha quindi chiarito l’equivoco e l’incidente è rientrato, o almeno speriamo).

Negli Stati Uniti il caso più recente finito al centro delle polemiche è se non altro meno angosciante: un messaggio natalizio del partito repubblicano in cui si diceva, dopo il tradizionale «Merry Christmas» e dopo avere ricordato come «oltre due millenni fa una nuova speranza nacque nel mondo», che «proprio come i re magi quella notte, questo Natale annuncia il momento di celebrare la buona novella di un nuovo Re». Affermazione che diverse autorevoli fonti di informazione, compresa la Cnn, hanno interpretato come un’allusione all’elezione di Trump (e un ardito paragone, di conseguenza, tra il presidente eletto e Gesù), scatenando le proteste dei repubblicani e di tutti i siti pro-Trump, ansiosi di ritorcere contro gli avversari l’accusa di propalare bufale.

Il dibattito si è quindi spostato sul terreno dell’analisi del linguaggio, con gli anti-Trump a insistere che l’espressione «questo Natale» associata all’avvento del «nuovo Re» costituiva una chiarissima allusione politica, e i repubblicani a replicare che solo l’analfabetismo religioso e la faziosità dei media dell’élite liberal potevano portare a fraintendere – o a fingere di fraintendere, al fine di costruire la «bufala» di un partito repubblicano in preda all’idolatria – parole che qualunque cristiano avrebbe potuto pronunciare.

Si tratta, evidentemente, di un caso-limite, e probabilmente indecidibile, in cui ognuno finisce per vedere quel che già pensava. Anzi, a rigor di termini, non si tratterebbe neanche di un «falso», semmai di contrapposte strumentalizzazioni e insinuazioni. Tuttavia il fatto che i sostenitori del presidente eletto abbiano parlato subito di «fake news» forse non testimonia solo la loro ansia di liberarsi di quel marchio d’infamia attribuendolo agli avversari, ma anche l’oggettiva difficoltà di tracciare un confine preciso tra falsità costruite a tavolino e legittime forme di propaganda.

In Italia, l’ultimo esempio di bufala costruita ad arte, e ben al di sotto di ogni possibile questione interpretativa, ha riguardato il neopresidente del Consiglio Paolo Gentiloni, che appena poche ore dopo il giuramento ha visto diffondersi in rete a velocità supersonica una sua foto con sopra un virgolettato mai pronunciato, fatto apposta per suscitare rabbia. E condivisioni (dunque clic). Quale sia infatti la scala di priorità di chi mette in circolazione simili bufale, se politica o economica, è spesso difficile stabilire. A volte, nella spirale dei retweet e delle condivisioni, non è facile neanche distinguere tra vittime e carnefici (quella senatrice del Movimento 5 Stelle che nei giorni del terremoto rilanciava la bufala della magnitudo abbassata dal governo per non risarcire i cittadini, siamo proprio sicuri che sia da mettere tra i secondi?).

Giusto ieri il Ne w York Times spostava l’attenzione dai politici che ne traggono beneficio alle aziende che fanno pubblicità sui siti di fake news. E ultimamente persino Facebook, rovesciando una politica aziendale che sembrava intoccabile, ha cominciato a prendere provvedimenti per limitare la diffusione virale delle fake news, dopo che da diverse parti il social network era stato chiamato in causa come corresponsabile della nuova epidemia, e di conseguenza, secondo diversi osservatori, della stessa elezione di Trump.

Una famosa copertina dell’Economist dedicata alla campagna elettorale americana parlava non per nulla di «politica post-veritativa al tempo dei social media». Cioè, anzitutto, Facebook e Twitter. È un tema aperto anche in Italia. «Facebook non può essere più considerato un semplice veicolo di contenuti», ha detto ieri al Foglio il ministro della Giustizia Andrea Orlando. «Se su una bacheca vengono condivisi messaggi d’odio, o propaganda xenofoba, è necessario che se ne assuma le responsabilità non solo chi ha pubblicato il messaggio ma anche chi ha permesso a quel messaggio di essere letto potenzialmente in tutto il mondo». Una posizione di cui Orlando dice si discuterà prima in sede europea e poi nel G7. D’altra parte, non è la prima volta nella storia che intellettuali e politici si confrontano con il problema delle fake news e della post-verità. Da ben prima dell’invenzione di internet e della nascita di Facebook, in molti si sono interrogati su quanto, in regime di pluralismo, la diffusione di notizie false e il loro uso strumentale da parte di pochi spregiudicati possa avvelenare la convivenza civile e avere la meglio sulle stesse istituzioni democratiche.

Il caso di scuola, in questo campo, non è l’elezione di Trump, ma la condanna di Socrate. Al posto della piazza virtuale del web c’era allora l’agorà propriamente detta. E al posto dei siti di bufale tali Anito e Meleto, i quali riuscirono a convincere i cittadini ateniesi che Socrate era effettivamente colpevole di «non credere negli dei che la Città onora, introdurre altre nuove divinità e di corrompere i giovani». Quanto al problema della postverità – se vale la definizione dell’Oxford dictionary, secondo cui designa «circostanze in cui i fatti oggettivi sono meno influenti nel formare l’opinione pubblica del ricorso alle emozioni e alle credenze personali» – bisogna dire che nel 399 a. C. Ermogene, discepolo di Socrate, sembra esserne già dolorosamente consapevole. E così, stando al racconto di Senofonte, al maestro che rifiuta ostinatamente di preparare alcuna difesa perché convinto che l’esempio della sua vita parli da sé, replica angosciato: «Non vedi quante volte i tribunali degli ateniesi, suggestionati dalle parole, hanno condannato a morte degli innocenti, e quante volte hanno assolto i colpevoli, o perché mossi a pietà dai discorsi, o perché questi avevano parlato in modo a loro gradito?».

È in fondo il problema della tensione tra verità e democrazia, su cui il pensiero occidentale si è arrovellato da allora in poi, a cominciare da Platone, che secondo alcuni avrebbe risolto il dilemma semplicemente sacrificando la democrazia in favore della verità, divenendo così il progenitore di tutti i totalitarismi. Invece di post-verità, Platone avrebbe parlato forse di predominio dell’opinione (sulla verità). Un meccanismo ai suoi occhi ben rappresentato da quel principio di maggioranza in nome del quale gli ateniesi erano arrivati a uccidere il migliore e il più giusto di loro. Resta il fatto che persino nel caso di Socrate non è mancato chi abbia notato come a un livello più profondo, cioè non letterale, le accuse nei suoi confronti fossero tutt’altro che infondate: la sua critica incessante di tutte le certezze acquisite, ad esempio, rappresentava effettivamente una minaccia per il conformismo sociale che i nuovi governanti avevano interesse a mantenere.

E forse qualcosa del genere si potrebbe dire persino del successo di tanti propagatori di bufale (certo meno nobili e disinteressati). Alla fin fine, è la vecchia questione del dito e della luna. Intendiamoci: la diffamazione, la calunnia, la circonvenzione d’incapace o il procurato allarme sono reati e come tali dovrebbero essere perseguiti ovunque vengano commessi, dunque anche su internet e sui social network, e ben venga ogni iniziativa tesa a estendere alla rete, con gli adattamenti necessari, le stesse norme e le stesse garanzie che assicurano la convivenza civile al di fuori della rete, nei paesi democratici. A raccomandare però grande cautela nel tracciare i confini tra falsità e opinione, mentre stigmatizziamo il modo in cui tanti speculano sulla rabbia crescente nella società, non è solo il rischio di finire nel totalitarismo e nella polizia del pensiero. Ma anche quello di non vedere la luna. E cioè la ragione per cui tanti, dalla Gran Bretagna che ha votato per la Brexit all’America che ha votato per Trump, sono oggi parecchio arrabbiati.

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