Lavoro autonomo, una risorsa da tutelare

Opinioni

Più diritti e più tutele per 2 milioni di lavoratori: lo Statuto degli autonomi ha messo fine a un’ingiustizia

Durante un’audizione parlamentare il presidente dell’Inps ha riportato i dati sulla distribuzione della spesa per fasce d’età nel nostro Paese: nel pieno della crisi, il nostro sistema di welfare “ha tutelato gli over65 più di chiunque altro, soprattutto più dei giovani”, ha detto.

Questo perché si tratta di un sistema vecchio, ma soprattutto costruito su un vecchio modello: quello per cui il lavoro c’è sempre, ed è il più possibile continuo nell’arco della vita. È su queste certezze che nel secolo scorso è stato costruito lo stato sociale italiano.

Ma oggi il mondo è cambiato e non possiamo continuare ad usare vecchie ricette sforzandoci di adattarle al contesto contemporaneo. Per quanto il lavoro stabile possa e debba essere incentivato, questo sarà sempre più caratterizzato dalla discontinuità: non perché il lavoro debba mancare per forza, ma perché è sempre più frequente passare da un periodo di lavoro autonomo a uno dipendente, o viceversa, e sarà sempre più necessario trascorrere periodi di formazione nel corso della vita lavorativa, sia per la volontà di cambiare lavoro sia per la necessità di riqualificarsi all’interno della stessa azienda.

Le trasformazioni digitali e della società della conoscenza viaggiano a tale velocità da impedirci di pensare che il diritto ad un sussidio, che sia di disoccupazione, di formazione o che sia una vera e propria pensione, venga garantito solo in base a decenni di lavoro svolti in continuità, nello stesso posto.

Provate a dire a un ventenne o a un trentenne che la sua vita sarà fatta così: loro non ci credono e in molti nemmeno lo vogliono. Allora il compito della politica non deve essere quello di dare illusioni buoniste come il reddito minimo, ma avere una visione a lungo termine per gestire questa trasformazione, che dia ai giovani le tutele e le opportunità di cui hanno bisogno adesso, e perché non si trasformino in un esercito di poveri anziani domani. In questi anni abbiamo iniziato a farlo.

Con il Governo Renzi sono stati creati strumenti nuovi per dare una mano a chi perde il lavoro: è stata creata Anpal, l’Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro, che lavora assieme ai centri per l’impiego delle regioni per riformare il sistema di politiche attive italiano, e che gestisce gli assegni di ricollocazione (già oggi 30.000, a regime 300.000), per la riqualificazione di chi perde il lavoro.

È stata riformata l’indennità di disoccupazione per i lavoratori dipendenti con la creazione della Naspi, uno strumento molto più esteso rispetto a quello precedente creato dalla Fornero e con il quale abbiamo dato sostegno a tanti giovani lavoratori che hanno carriere discontinue e difficoltà ad avere lunghi periodi coperti da contribuzione.

È stata stabilizzata la DIS-COLL, il sussidio di disoccupazione per i collaboratori (co.co.co.), che non avevano mai avuto un ammortizzatore sociale. Con la legge 81/2017, il Jobs Act dei lavoratori autonomi, l’abbiamo non solo resa strutturale ed estesa ai dottorandi e agli assegnisti di ricerca. Con quella stessa legge, abbiamo finalmente dato risposte al popolo delle Partite Iva, ai professionisti vecchi e nuovi, cresciuti in questi vent’anni e motori dell’innovazione dell’economia italiana, ai quali era stata data flessibilità, ma ci si era “dimenticati” di dare anche sicurezza. Abbiamo esteso loro i diritti dei lavoratori dipendenti, come la maternità, la malattia e le tutele dalla rescissione dei contratti. E nell’ultima legge di bilancio abbiamo reso gratuito il cumulo dei contributi fra differenti gestioni previdenziali, proprio per non penalizzare chi nella vita ha fatto e farà tante cose diverse. Siamo a metà strada.

La disoccupazione ha iniziato a scendere, ma dobbiamo spingerla giù con più decisione, e il futuro pensionistico degli under35 è una materia oscura di cui pochi si azzardano a parlare. Il Pd invece lo ha fatto anche la settimana scorsa, nella sua sede, perché si tratta di programmare interventi che se realizzati nell’emergenza producono poi le storture della Fornero.

Allo stesso tempo, c’è bisogno di dare ai giovani strumenti veri: per il lavoro, per la casa, per la famiglia. Mi fermo al primo: oggi in Italia un esercito di ragazzi e ragazze compiono l’alternanza scuola lavoro, fanno stage e tirocini. Non solo i loro compensi e rimborsi sono bassi e a volte nulli, il che è giustificabile quando ancora si deve imparare: ma dobbiamo fare in modo che siano sempre tutelati e soprattutto che questi percorsi portino ad un’opportunità di lavoro vera. Per questo nella scorsa legge di bilancio abbiamo inserito la decontribuzione sui neoassunti nelle aziende in cui sono stati a imparare: perché il legame fra mondo del lavoro e percorsi di formazione deve essere diverso e più stretto.

C’è bisogno di investire nell’orientamento e c’è bisogno di dare alle ragazze e ai ragazzi italiani la consapevolezza delle loro possibilità e la capacità di seguire le loro aspirazioni. Se vogliamo un sistema di welfare equo e una visione del lavoro a lungo termine, l’investimento vero dovremo farlo nelle politiche attive del lavoro e nei servizi per i più giovani ora e sempre di più.


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