La verità e i numeri su precariato e Jobs Act

Opinioni

I contratti a tempo indeterminato rimangono la forma contrattuale dominante

Un po’ troppo disinvoltamente si continua a parlare di precarietà nel mercato del lavoro come se in questi anni non fosse accaduto nulla. Gli slogan a fini elettorali vanno bene se non distorcono la realtà, altrimenti sono solo una miope retorica politica. Dannosa perché produce confusione e cattiva informazione.

Partiamo allora da ciò che è universalmente condiviso e indiscutibile: un forte aumento degli occupati dal 2014 ad oggi, anche trainato dagli sgravi per le assunzioni introdotti a partire dal 2015. Come è ovvio le misure di decontribuzione, da sole, non potevano e non potranno interrompere una spirale negativa nella domanda di lavoro: l’occupazione non si crea per norma. Per questo abbiamo lavorato, e sarà necessario continuare a farlo, su politiche industriali e Industria 4.0 per accelerare la dinamicità delle imprese e la domanda di lavoro qualificato. I risultati, come noto, ci sono.

Qualità dell’occupazione

A partire da qui, oggi possiamo cominciare a riflettere anche sulla struttura e sulla “qualità” dell’occupazione che si è andata creando.

Il Jobs Act, va ribadito, ha sostanzialmente inteso intervenire sulla ridefinizione complessiva degli assetti con il fine di contrastare la precarietà. Non certo alimentarla! Contemporaneamente ha puntato ad offrire strumenti di sicurezza per una platea più ampia (si veda ad esempio il tema dell’indennità di disoccupazione) e rinnovare il sistema delle politiche attive.

A guardare i dati Istat con una prospettiva più ampia del mese solare, sembra che l’obiettivo sia stato raggiunto. In questi anni registriamo un travaso dalle forme di lavoro più flessibili (ad esempio le collaborazioni), verso contratti come il tempo determinato, di certo flessibili ma sicuramente più tutelati. Come può dirci chiunque riceveva meno contributi in quanto collaboratore pur lavorando come un dipendente. Un aspetto trascurato dal dibattito in corso ma che dovrebbe essere adeguatamente valutato.

Allo stesso tempo non va trascurato il dato che, in termini di composizione degli occupati, quella a tempo indeterminato permanga come forma contrattuale dominante che, certo, il Jobs Act non ha scalfito, anzi. Se nel 2014, su 100 occupati, quelli permanenti erano il 65,1%, nel 2016 sono il 65,4%. Nel 2008, ai tempi d’oro pre-crisi, la percentuale si attestava al 64,7%.

Quanto al tempo determinato, la sua crescita non sembra essere così esplosiva come paventato, soprattutto se considerata sostitutiva al lavoro indipendente: in termini di peso sul totale gli occupati a tempo determinato sono passati dal 10,2% del 2014 al 10,7% del 2016 a fronte di un leggero calo della quota di indipendenti.

Nel frattempo i dati Eurostat ci mostrano una situazione del lavoro temporaneo in Italia che, in termini percentuali sul totale degli occupati, è inferiore alla media europea e prossima a paesi europei molto virtuosi come ad esempio la Germania e la Danimarca.

Nessun trionfalismo

Siamo consapevoli del tanto lavoro che ancora c’è da fare per mettere in sicurezza i risultati raggiunti, e certo quello che c’è da fare è sempre di più di quello che si è fatto. Di sicuro, è necessario ed urgente fare molto di più per l’occupazione giovanile, tema al centro anche della Stabilità 2018 con una rete importante di azioni: dall’incentivo strutturale all’occupazione giovanile stabile, anche nei casi di conversione dei contratti a tempo determinato o di lavoratori impegnati nell’apprendistato o nell’alternanza scuola-lavoro, alle ulteriori agevolazioni per le assunzioni a tempo indeterminato per il Mezzogiorno.

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